Paese diviso e frazionato, in guerra tra milizie e tribù, senza più un vero e proprio Stato a rappresentarlo. Eppure, in un simile contesto, la Libia in questo 25 dicembre celebra la sua festa nazionale, quella in cui viene ricordata l’indipendenza. Era infatti il 25 dicembre del 1951 quando a Bengasi, per la prima volta, veniva issata la bandiera del regno di Libia. In questo modo gli inglesi affidavano a Re Idris, capo della Senussia, il comando di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, che prima della guerra erano state unite sotto l’occupazione italiana. Tanto a Bengasi quanto a Tripoli sono previste anche quest’anno celebrazioni, le quali hanno un sapore di vero e proprio paradosso.

Celebrazioni tra le macerie

In quel 25 dicembre la Libia sembrava più il nome di una regione storica che un nascente Stato. La popolazione non superava i due milioni e mezzo di abitanti, molti dei quali risultavano analfabeti. C’erano così pochi laureati, che la Gran Bretagna ha dovuto mandare propri impiegati inizialmente per gestire gli uffici e l’amministrazione del nuovo regno creato in questa parte del nord Africa. Da allora sono passati 68 anni che sembrano essere stati quasi azzerati dalla storia. Non c’era uno Stato in Libia quando è stata proclamata l’indipendenza e non c’è uno Stato nemmeno oggi. Da qui il paradosso sopra descritto: tutte le città libiche sono state decorate con i colori della bandiera, tornata ad essere dal 2012 quella usata nei primi anni del regno, tante le manifestazioni previste, ma si festeggia un paese che non c’è.

E non solo perché il potere viene rivendicato da almeno due governi, due parlamenti diversi e distinti ed un’infinità di fazioni e milizie. La Libia, come ha scritto Michela Mercuri nel libro “Incognita Libia“, non è mai stata abituata ad essere uno Stato. Nemmeno durante l’era di Gheddafi. Il rais ha sì incentivato il nazionalismo libico, ha sì aperto scuole ed università ed ha sì nazionalizzato petrolio e risorse energetiche, ma non ha creato uno Stato. Tutto si è sempre retto sulle sue scelte personali, nessuna struttura intermedia si è mai consolidata, nessun partito è stato mai consentito, di fatto la Jamahiriya non ha creato un’identità nazionale. Tant’è che, non appena è crollata e l’era di Gheddafi è finita, la Libia è tornata ad essere un terreno di scontro tra tribù le quali non hanno mai abdicato le loro funzioni sul territorio in nome di un’entità nazionale.

La guerra di questi mesi a Tripoli sta ulteriormente contribuendo a deflagrare il paese. Rappresentare la Libia attualmente in conflitto come una contrapposizione tra i due principali attori, il premier Al Sarraj da una parte ed il generale Khalifa Haftar dall’altra, è atto di mera semplificazione. In realtà le forze in campo sono tante, nessuna guarda alla costruzione di un nuovo Stato bensì al mantenimento del proprio vantaggio territoriale. Nessuno ha veri eserciti alle spalle o vere istituzioni statali pronte a sorreggere le parti. Di fatto, l’unica cosa gestita in modo unitario in Libia è rimasta la Noc, la società che si occupa dell’industria petrolifera. Tutto il resto non è diviso, ma frammentato. Che è ancora peggio: la divisione implicherebbe una cesura netta tra alcuni territori, il paese invece è drammaticamente frantumato in centinaia di pezzi, tanti quanti sono i gruppi e le tribù in lotta fra loro. Eppure, tra le macerie fisiche e morali di una Libia distrutta, in questo 25 dicembre non mancheranno cerimonie e sfilate. Un tragico paradosso, si è detto prima, ma anche una sadica beffa.

Il significato delle celebrazioni

Il vero nodo sta nel fatto che tutti nel paese hanno necessità, specialmente in questa fase storica, di sentirsi libici. Anche se la Libia non c’è. Un discorso che vale soprattutto per i rappresentanti dei vari governi e delle varie fragili istituzioni, ciascuna delle quali rivendica almeno un po’ di potere. Se nessuno, a Tripoli come a Bengasi, a Misurata come a Tobruck, esibisse una coccarda con la bandiera libica, allora vorrebbe dire che non c’è nulla da rivendicare. Niente bandiere da sventolare nelle piazze, significherebbe anche niente potere da ostentare in qualche ennesima conferenza internazionale.

Ecco perché, oggi più che mai, la festa dell’indipendenza risulterà a fine giornata ben sentita e vissuta nelle città più importanti. Passata nel dimenticatoio durante l’era di Gheddafi, dove invece si festeggiava maggiormente il 1 settembre, data del colpo di Stato che ha portato al potere il colonnello, oggi la festa dell’indipendenza sarà più che mai figlia della Libia attuale. E chissà che, in un quadro del genere, non emerga anche qualcosa di positivo, qualche elemento volto a dare un po’ di speranza ad un popolo, quello libico senza Libia, martoriato da anni di guerra. Chissà se, grazie alla festa nazionale, la popolazione più esposta al conflitto capisca che è arrivato il momento di sentirsi nazione.

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