Il 4 aprile del 1949 veniva stretto a Washington il  Patto Atlantico che avrebbe portato alla costituzione della Nato –North Atlantic Treaty Organization – l’Alleanza che oggi compie 70 anni e ha sempre avuto un solo comune obiettivo: tenere unito il cosiddetto blocco occidentale contro l’Unione sovietica , che in virtù di questo patto di mutuo soccorso, in caso di guerra mossa a un Paese membro sarebbe stata scoraggiata dall’intervento delle maggiori potenze mondiali. Secondo la Casa Bianca però non c’è tempo di “festeggiare”: le minacce globali incombono su Stati Uniti e Europa.

Dopo 70 anni dalla sua costituzione nell’immediato dopoguerra, la caduta dell’Urss e il termine della Guerra fredda, al centro delle preoccupazioni dell’Alleanza Atlantica rimane sempre Mosca, non più comunista, non più capace di influenzare la politica interna e internazionale di paesi satelliti affacciati sulla “cortina di ferro”, ma potenza euristica in nuova ascesa che vuole proiettare la propria ingerenza oltre il Continente, minacciando ovunque la supremazia che al termine del XX secolo l’Occidente credeva di aver definitivamente stabilito.

Nel mirino di Washington, che oggi vede Donald Trumpdietro l’ottica di precisione, c’è sempre la Federazione russa, e la necessità, secondo il suo staff al Pentagono, di “armarsi” e investire più risorse economiche possibili per contrastare e fronteggiare le sfide lanciate all’Occidente da Vladimir Putin.

Nell’ultimo vertice che si è tenuto nella capitale statunitense in questi giorni, i tre temi principali in discussione sono stati le sfide lanciate dalla Russia, il corretto e ripartito finanziamento dell’Alleanza, e la minaccia cinese nella guerra commerciale che si muove nei mari orientali e sulla Nuova via della Seta. In secondo piano anche il ritiro dall’Afghanistan, la tensione con la Turchia, e il terrorismo internazionale.

Nessun festeggiamento di una data che segna la storica longevità di un’alleanza che è arrivato a contare 30 Paesi membri, ma un’occasione per fare i conti in tasca ai governi che non hanno onorato la richiesta americana di investire il 2% del loro prodotto interno lordo in sistemi di difesa dopo il vertice di Cardiff, e un focus su quali sono, e sono sempre rimaste, le criticità e le minacce che incombono sull’Occidente. La freddezza del presidente Donald Trump, commader in chief della maggiore potenza mondiale che guida e ha sempre guidato la Nato, ha trasmesso a tutti i leader la necessità di affrontare con fermezza le questioni all’ordine del giorno e discutere più che nella “forma” nella “sostanza”.

Il segretario generale Jens Stoltenberg ha riportato alla stampa che durante il loro incontro, il presidente americano ha ribadito di essere contento “per l’ aumento degli investimenti, ma dovranno aumentare” – e che, ad esempio, “La Germania paga poco e si approfitta di noi nei commerci”, ha accusato il tycoon. A questo si collega la continua e pressante richiesta della Casa Bianca che gli altri paesi membri investano almeno il 2% del loro Pil: affinché si alleggerisca almeno in parte la spesa a cui sono costretti gli Stati Uniti d’America per garantire la difesa di “tutti”. Come è riportato da La Stampa il segretario generale della Nato assicura che “dal 2016 gli investimenti nella difesa degli alleati sono aumentati di 41 miliardi, e arriveranno a 100 miliardi entro la fine del 2020”, ma per la Casa Bianca questo non è ancora sufficiente.

Nonostante i numerosi temi sui quali il summit si sta confrontando: la minaccia del terrorismo, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, l’accordo nucleare con l’Iran, l’emergenza dei cambiamenti climatici, e i finanziamenti, la maggiore attenzione in questa due giorni che riunisce i leader, i ministri degli Esteri e i vertici della difesa di tutti gli Stati, resta incentrata sulle mosse della Federazione russa di Vladimir Putin: le violazione del trattato missilistico Inf attraverso lo sviluppo dei vettori Ssc-8 e la minaccia del ritorno degli Euromissili, le azioni aggressive e prevaricatrici perpetrate nel Mar d’Azov, le tensioni in Ucraina e in Georgia.

Stoltenberg ha ammesso esservi “seri disaccordi tra gli alleati su temi come i commerci, l’energia, i cambiamenti climatici, l’accordo nucleare con l’ Iran”, ma anche aggiunto che “la forza della Nato sta proprio nella capacità di unirsi intorno all’ obiettivo comune della difesa reciproca”, e qui torna il punto sul nemico, oggi potremmo dire “i nemici” di sempre: Mosca e Pechino.

Il presidente Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “andranno d’accordo con Mosca”, ma sono già al vaglio nuove mosse “concrete” per far tornare il Cremlino sui suoi passi e riportare in auge il Trattato sulle Forze nucleari a medio raggio(Inf); per imporre un pacchetto di misure che garantiscano la sicurezza nel Mar Nero (e di conseguenza nell’Azov) che includerà una maggior presenza della navi da guerra della Nato; e l’investimento di 2,3 miliardi di dollari nelle infrastrutture, compresa una base logistica in Polonia che permetta una rapida ed efficiente cooperazione interforze di quei paesi che confinano con la Russia.

Riguardo la minaccia globale del terrorismo e la lotta condotta nel Siraq, in Afghanistan, e più recentemente in Yemen, gli Stati Uniti si sono riproposti di mettere al corrente gli alleati riguardo i progressi della trattativa condotta dall’ambasciatore Khalilzad con i leader dei Talebani; progressi che condurranno ad un definitivo ritiro delle truppe in Afghanistan. Le organizzazioni terroristiche di Isis e Al Qaeda rimangono nemici giurati della Nato, seppur ridotti nelle capacità e parzialmente sconfitti, che l’Alleanza deve continuare a combattere e osteggiare.

Sul fronte interno, l’Alleanza, che intende aprire a nuovi stati membri in cerca della protezione dell’ombrello globale garantita della Nato, dovrà discutere della questione “S-400” sollevata dalla Turchia, che rischia sanzioni o addirittura l’espulsione dall’Alleanza per questo allineamento con la Russia. Altro punto all’ordine del giorno è l’insorgenza della potenza cinese nel commercio occidentale che si espande sulla nuova “via della seta” (che riguarda da vicino anche l’Italia) e la questione 5g e Huawei, che vede contrapposti gli interessi dei Paesi membri che non vogliono rinunciare alla nuova avveniristica tecnologia cinese, ma devono confrontarsi con le minacce del Pentagono che ha dichiarato di tagliare i ponti della condivisione di dati con tutte le intelligence dei paesi alleati che daranno modo a questo “cavallo di troia” di entrare in Europa.

A 70 anni dalla creazione di questa duratura alleanza, stretta sulle macerie del secondo conflitto mondiale e perdurata in quasi cinquant’anni di Guerra fredda con il comune obiettivo di contrastare l’ideologia comunista, sono stati molti i traguardi conseguiti da paesi occidentali che si sono uniti per affrontare insieme le difficoltà collettive; ma sono altrettanti i passi da fare prima che l’Alleanza raggiunga una completa coesione negli obiettivi, e il mondo possa scongiurare il rischio di arrivare sull’orlo di un conflitto di portata globale.

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