Le reti internet e i dati si prestano come un terreno potenziale di conflitto destinato ad acquisire crescente importanza nei decenni a venire. La transizione tecnologica che aprirà la strada all’Internet of Things (IoT), alle reti 5G e a una crescente automatizzazione dei processi produttivi (quarta rivoluzione industriale) aumenterà la rilevanza dei sistemi informativi nella società, esponendoli a rischi di infiltrazione e sabotaggio. Al tempo stesso i dati, “petrolio del XXI secolo“, aumenteranno sempre di più la loro rilevanza per la previsione economica e strategica.

Il campo di battaglia cyber, dunque, va tenuto fortemente d’occhio. Anche perchè esso è terreno di scontro anomalo, completamente virtuale, dove risulta sempre più difficile distinguere tra l’operato di attori statuali e la proiezione di soggetti individuali, gruppi autonomi, reti criminali. Battaglie di varia grandezza sono già state combattute nel cyberspazio. Nel maggio 2007, il governo estone e i suoi uffici furono investiti da un devastante attacco hacker proveniente dalla Russia dopo la decisione di Tallinn di procedere a una rimozione dei simboli degli storici legami tra i due Paesi. Nel 2010, gli Stati Uniti e Israele attaccarono i terminali informatici del programma nucleare iraniano con il malware Stuxnet. Nel 2017, infine, il mondo assistette all’azione globale del ransomware WannaCry, da molti analisti considerato prodotto dalla Corea del Nord.

E il futuro appare foriero di nuovi scontri in un contesto che vede i giganti globali, Usa, Cina e Russia, attrezzarsi per competere al meglio sia sotto il profilo offensivo che in campo difensivo. La proiezione Usa, in particolar modo, è rivolta contro l’infiltrazione informatica avversaria, che analisti come Paolo Messa hanno definito come una forma ibrida tra soft power hard power, denominata sharp power. Un potere “tagliente”, insidioso perchè immateriale. Il nuovo fronte della competizione globale che coinvolge in primo campo la Difesa e l’intelligence. E in cui Washington è pronta a coinvolgere la Nato.

Parlando di fronte ai delegati della Cyber Defense Pledge Conference di Londra nella giornata del 23 maggio il Segretario dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg ha affermato che la Nato intende in futuro rafforzare le comuni capacità di attacco e difesa nel cyberspazio dei Paesi membri, andando oltre un paradigma che vede i singoli Stati agire senza coordinamento, riporta Fifth Domain.

“Da tempo la Nato ripone sempre maggiore attenzione ai conflitti nel cyber spazio, riconosciuto al Summit di Varsavia del 2016 come quinto dominio operativo al pari di aria, mare, terra e spazio extra-atmosferico”, scrive Formiche. In effetti già nel 2007 l’Estonia si dichiarò pronta a richiedere l’attivazione della clausola comune di difesa dell’Articolo 5 del Patto Atlantico in risposta all’operazione cyber russa, ma per la definizione di tale possibilità ci è voluto oltre un decennio. Al contempo, l’attenzione della Nato non è solo difensiva, come testimoniano le azioni condotte contro i terminali dello Stato islamico in Siria e Iraq.

Formiche prosegue poi ricordando che “la Ncia – l’agenzia dell’Alleanza chiamata a proteggere l’infrastruttura del sistema di comunicazione e informazione della Nato da attacchi informatici che entro il 2020 punta a investire ulteriori 160 milioni di euro in cyber security – sta rafforzando la comunità di esperti di sicurezza informatica che sta costruendo nell’ambito del Cyber Security Collaboration Hub. Il primo passo per avviare il polo è stato compiuto il 12 febbraio di quest’anno con il coinvolgimento dei Computer Emergency Response Team di cinque nazioni – Belgio, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti – collegate alla rete protetta della Nato. Si tratta di un programma pilota che, una volta a regime, dovrebbe permettere entro la fine del 2019 a tutti i 29 Stati membri dell’Alleanza di condividere le informazioni in modo rapido e sicuro tra loro e con l’Agenzia”. Interessante è stata anche l’iniziativa di creare un comando per le operazioni cybernetiche, che ricalca quelli per l’operatività nelle diverse regioni geografiche. Il controllo del campo, in ogni caso, rimarrà agli Stati Uniti. Che rilanciando l’ombrello atlantico sull’Europa anche nel campo delle operazioni in ambito di sicurezza cyber ne rimarca la subalternità geopolitica in uno scenario cruciale per gli equilibri di potere dei prossimi decenni. In cui la gara sarà sostanzialmente una sfida tra pesi massimi.

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