Alla fine della guerra “calda” e agli albori della Guerra Fredda il Mediterraneo venne trascinato dalle superpotenze nelle ostilità in quanto possibile teatro di guerra navale tra le forze occidentali e quelle sovietiche. Questo stato di cose divenne palese a partire dal 1946, in particolar modo a seguito della crisi degli stretti turchi. Settant’anni dopo, il Mediterraneo torna più che mai ad essere luogo di tensioni e grilletti incrociati nel contesto di questa nuova guerra che, dopo l’invasione dell’Ucraina, ha mostrato di non essere fredda per niente.

Le tensioni nello Jonio

Le tensioni nello Jonio non tendono a scemare: solo una manciata di ore fa le fonti aperte hanno testimoniato l’inseguimento avvenuto nel Mediterraneo tra le due flotte. Il cacciatorpediniere russo Kulakov era sulla scia della portaerei statunitense Truman.  Una conseguenza diretta della chiusura degli stretti turchi da parte di Ankara che ha costretto le forze navali russe ad avventurarsi nel bel mezzo del Mediterraneo, pur sapendo di navigare nel lago prediletto della NATO. La Truman, trasportando i cacciabombardieri F18 Hornet, è il diamante dello schieramento occidentale. Il Kulakov, invece, è un destroyer d’epoca sovietica equipaggiato con missili cruise Kalibr. La nave russa si muove in coppia con l’incrociatore Varyag, noto come il “killer” delle portaerei. Da almeno due mesi, l’incrociatore Varyag e il caccia Tributs provano a tallonare le tre portaerei occidentali Truman, De Gaulle e Cavour, come parte della guerra di nervi introdotta dal Cremlino: la portaerei italiana Cavour è a Taranto, la portaerei de Gaulle è giunta invece a Tolone dopo due mesi di spiegamento nel Mediterraneo orientale. La Marina statunitense aveva inviato qui quattro cacciatorpediniere con sede negli Stati Uniti, le USS The Sullivans, USS Donald Cook, USS Mitscher e USS Gonzalez, tra gennaio e febbraio. La 6a flotta statunitense ha già quattro cacciatorpediniere con sede a Rota, in Spagna.

Proprio lo Ustinov, a fine febbraio, si rese protagonista di un’analoga incursione nei confronti della Truman, per poi divertire la sua rotta verso est, più vicino al porto siriano di Tartus, quartier generale della Marina russa nel Mediterraneo.

I sottomarini Kilo

Buona parte del monitoraggio di questi spostamenti sono ricavabili da fonti OSINT: gli ultimi movimenti sono stati tracciati dal sito CovertShore, lo stesso che ha segnalato l’emersione del sottomarino Kilo, fotografato al largo di Cipro, probabilmente per problemi tecnici. Almeno tre di questi sottomarini starebbero transitando nel Mediterraneo. Anche questi hanno a disposizione missili cruise Kalibr, che possono colpire in Ucraina se lanciati proprio dal mar Jonio. Componente cruciale della forza sottomarina russa, la classe Kilo è la designazione sovietica per ciò che fu inizialmente utilizzato per il Progetto 877 Paltus. Quei sottomarini furono costruiti fino alla metà degli anni ’90, quando Mosca cambiò la produzione con la più avanzata variante Project 636 Varshavyanka, ancora conosciuta come la classe Kilo in occidente. I sottomarini sono stati progettati per la guerra antisommergibile (ASW) e la guerra anti-nave di superficie (ASuW), nonché per missioni generali di ricognizione e pattugliamento.

Il Mediterraneo orientale

Dalle immagini di satelliti e network, si vede chiaramente la Vice ammiraglia Paromov russa nei pressi di Cipro, di fronte alla costa di Tartus. Sulle stesse fonti sarebbero state individuate tre navi di Mosca situate nei pressi dell’isola di Creta: l’incrociatore missilistico Marshal Ustinov, la corvetta di classe Svijazhsk, Nuyian Ml’incrociatore Varyag, posizionato a circa 400 miglia nautiche dalle coste italiane. La petroliera Vyazma, invece, è stata rintracciata in stallo accanto a due navi della Marina russa ad Est di Cipro. La Vyazma, alla data del 5 aprile scorso, stava navigando verso una petroliera della marina di Mosca.

Gli analisti hanno confrontato la portata degli schieramenti di navi statunitensi alla 6a flotta, inclusi 12 cacciatorpediniere e almeno un incrociatore, a quelli della Guerra Fredda. Le tensioni sono cominciate a febbraio, quando l’intelligence occidentale ha riconosciuto che le navi russe stavano seguendo il Truman mentre partecipava a un’esercitazione multinazionale nel Mare Adriatico. Dal 24 febbraio, poi, l’escalation. La più folta presenza russa nel Mediterraneo risponde ad almeno tre ordini di ragioni: la prima, è quella di creare tensione, far sentire il fiato sul collo della forza navale russa su quella NATO; la seconda, mira all’azione su un teatro che è certamente meno attenzionato rispetto a quello principale, ovvero l’Ucraina: allo stesso tempo, però, le mosse nel Mediterraneo possono servire anche come manovra distrattiva dagli eventi in loco, spostando l’attenzione su uno scenario secondario; la terza è legata alle difficoltà materiali delle forze navali russe, che si sono viste precludere l’accesso agli stretti; pertanto, come mostrano le fonti OSINT, le navi russe si troverebbero (al 9 aprile) in fila indiana nel Mediterraneo orientale: la Ustinov al largo della costa calabra, le altre tre (di cui due presumibilmente coinvolte in attività di riparazione e rifornimento) si troverebbero a est di Creta, nel tratto di mare tra l’isola greca e Cipro.

Acque del sud Italia obiettivo sensibile

Con lo stallo dei negoziati tra Russia e Ucraina, e con gli stretti turchi preclusi, è facile pensare che nell’immediato futuro il Mediterraneo tornerà ad essere nuovamente area di faglia tra ovest ed est. Sembra improbabile, tuttavia, che qui Vladimir Putin possa avere delle mire reali, proprio nel mezzo del cortile di casa dell’Alleanza Atlantica. Questo punto però non mette al riparo dall’incidente, che potrebbe trasformarsi nel casus belli che estenderebbe il conflitto anche al Mare Nostrum. Del resto, se nel 2016 la Russia era presente con una sola nave nel porto di Tartus, negli anni successivi la flotta è aumentata fino ad arrivare ad una presenza di 10-12 tra navi e sommergibili nel Mediterraneo, fino all’escalation di questi giorni.

L’allarme resta altro soprattutto nella zona orientale e presso l’arco jonico della Penisola: in linea d’aria, i tallonamenti di queste settimane e delle ultime ore, sono avvenuti non molto lontano da Taranto, sede della base navale più grande del Paese. Il rischio per il sud Italia non è solo quello di essere un’area geopoliticamente sensibile (la Puglia soprattutto), ma anche quello di avere più a sud una frontiera liquida e un’area del mondo turbolenta dalla quale possono arrivare attacchi e che può essere anche sponda del nemico: del resto la Russia è presente sia in Libia che in Siria. Nel Mediterraneo orientale, infatti, il pericolo è molto più banale rispetto a qualsiasi profezia alla Caccia a Ottobre Rosso che si possa fare. Perché? Come ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Marina militare, Ammiraglio Enrico Credendino, dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno: “Un attentato terroristico non è difficile da portare a termine: basta portare tritolo su un barcone che parte della Libia sulle piattaforme di Eni che sono a 50 miglia e causare danni che tutti possono immaginare, senza tralasciare la protezione delle condotte (come il Tap) e dei cablaggi sottomarini e delle altre installazioni dell’Eni a sud di Cipro, molto vicino alle basi aeronavali russe in Siria”.

 

 

 

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