Odessa teme un possibile attacco russo. A dirlo a chiare lettere è stato domenica pomeriggio il sindaco Gennadiy Trukhanov. I timori sono aumentati dopo il raid della notte tra sabato e domenica, in cui è stato distrutto un importante deposito di carburante. I fumi degli incendi per la prima volta sono stati visti da vicino anche nel centro della città. Tuttavia per il momento i russi, pur avendola nel mirino, sono lontani via terra. E non riescono ad avere le condizioni necessarie per conquistarla via mare. Con il suo porto, Odessa è fortemente strategica. Da qui passa l’80% dell’export di grano ucraino, vitale per l’Europa e per molti Paesi nordafricani che adesso rischiano una vera e propria crisi militare.



Il fatto che la città sia stata colpita solo parzialmente dal conflitto è una buona notizia per i suoi abitanti e per l’integrità del suo prezioso centro storico. Ma lo è pure a livello economico? Il suo porto potrà a breve essere riutilizzato per l’esportazione del grano? Ci sono sotto questo fronte non poche incognite. A cominciare dalla presenza accertata di mine piazzate dagli ucraini che, al momento, impedirebbero la navigazione nella zona anche in condizioni di pace ristabilite.

Il problema delle mine

Di uno sbarco a Odessa si è iniziato a parlare già nelle prime ore del conflitto. Quando Putin aveva da poco terminato il suo discorso con cui ha annunciato l’inizio “dell’operazione militare speciale”, alcune agenzie riferivano di operazioni anfibie vicine al principale porto ucraino sul Mar Nero. Circostanza poi smentita dalle testimonianze dirette. Nessuno era sbarcato a Odessa e quel giorno la città è stata colpita al pari delle altre in Ucraina, ossia dall’alto con dei missili e non via mare. Quelle voci infondate però hanno risuonato come un campanello d’allarme sia per i comandi militari ucraini che per i cittadini. Tanto più che nei giorni successivi spesso dal lungomare di Odessa era possibile scorgere all’orizzonte la flotta russa in avvicinamento e che spesso obiettivi militari della zona sono stati colpiti non dal cielo, bensì dal mare. É quindi scattata la corsa alla fortificazione della costa di Odessa. Qui, dove buona parte della popolazione parla più correntemente il russo, sono stati gli stessi cittadini a dare una mano.

Ogni giorno civili e uomini in uniforme hanno piazzato sacchi di sabbia, ferro e filo spinato sulle spiagge e sulle insenature vicine al porto. Per gli ucraini perdere Odessa sarebbe peggio che perdere Kiev. Vorrebbe dire consegnare alle generazioni future un Paese senza sbocchi sul mare e senza la possibilità di esportare con le navi le grandi quantità di grano e di alimenti prodotti nelle campagne ucraine. Impedire lo sbarco russo ha rappresentato in queste settimane l’unica vera parola d’ordine. Costi quel che costi. Anche piazzando sulle spiagge e in mare centinaia di mine. Nessuno sa, per ovvi motivi di sicurezza, dove sono state posizionate con precisione. I comandi ucraini hanno il tassativo ordine di non rivelare alcun segreto.

Si sa però che, in caso di sbarco anfibio, i russi troverebbero ordigni e fortificazioni in molte delle spiagge limitrofe a Odessa. Così come troverebbero le mine nel mare antistante la città. Ci sono diversi episodi significativi che testimoniano l’importante quantità di mine posizionate in acqua dagli ucraini nelle ultime settimane. Il 3 marzo un cargo estone è affondato dopo aver subito un’esplosione vicino alla chiglia. Il motivo dell’incidente del mezzo posizionato vicino il porto di Odessa non è mai stati chiarito ufficialmente. Ma in base alla dinamica conosciuta, tutto porterebbe a pensare all’esplosione di una mina. Il 18 marzo la stazione marittima russa di Novorossiysk ha rilasciato un avviso Navtex in cui si avvertiva a tutte le navi in transito che delle mine piazzate dagli ucraini vicino Odessa si era disperse a causa di una tempesta. Il 26 marzo una mina è stata addirittura trovata nel Bosforo, in Turchia. Altro segnale che porta a pensare come il Mar Nero sia oramai “invaso” dalle mine.

Tempi lunghi per la bonifica

Le probabilità di uno sbarco russo si assottigliano. E questo sia per l’incognita di trovare il mare disseminato di ordigni di ogni tipo e sia perché, a livello militare, un’azione anfibia in questo momento non sarebbe coperta dalle truppe di terra russe rimaste impantanate lungo il fronte di Mykolaiv, città distante 140 km. La “speranza” che Odessa venga risparmiata dai combattimenti casa per casa è quindi molto alta. Ma questo non significa che già da domani il porto potrà essere riutilizzato. Bonificare l’area, sia a terra che in mare, non è operazione semplice. La quantità di ordigni piazzati dagli ucraini, secondo l’intelligence di Mosca, è molto elevata. Nell’avviso Navtex del 18 marzo si parla di almeno 420 mine piazzate dalla marina di Kiev e questo, tra le altre cose, ha portato il governo russo a denunciare presunte violazioni da parte ucraina della convenzione de L’Aja del 1906.

Intervistato sul Corriere della Sera, l’esperto Vito Alfieri Fontana ha dichiarato che per rendere nuovamente utilizzabile il porto di Odessa potrebbe passare, stando alle informazioni attuali, almeno un anno. Ci sono tante variabili da tenere in considerazione: il posizionamento delle mine, la loro eventuale dispersione causata dalle tempeste, il rischio di un effetto a catena in cui un ordigno fa esplodere le altre bombe ad esso collegate. Tutti elementi che renderanno delicato il lavoro. E che verosimilmente non permetteranno il ritorno alla normalità della sezione commerciale del porto per tanto tempo.

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