Guerra /

Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, lo ha detto chiaramente: i soldati ammassati ai confini dell’Ucraina danno alla Russia  “la capacità di attaccare da sud, da est e da nord”. “Abbiamo visto piani per comprendere una serie di azioni destabilizzanti”, ha aggiunto durante la conferenza stampa al termine dell’incontro con il ministro russo degli Esteri russo, Sergei Lavrov. E in attesa che gli Stati Uniti inviino le risposte scritte richieste da Mosca per le “garanzie di sicurezza”, i militari russi rimangono in un arco che va dalla Crimea alla Bielorussia, mentre Washington chiede che la controparte “dimostri” di non volere invadere l’Ucraina.

Siamo di fronte a un inganno già studiato dalla dottrina strategica russa? È solo un enorme strumento di pressione per far capire alla Nato che le intenzioni di Mosca non sono da prendere sottogamba e di iniziare a dare garanzie effettive sull’allargamento a est? Difficile da valutare. La maskirovka, l’inganno degli strateghi sovietici e oggi russi, non è mai un’ipotesi da ridurre a mera congettura. Ma nessuno può dirsi davvero sicuro di quanto farà Vladimir Putin. E lo confermano anche le ultime indiscrezioni di stampa secondo cui gli Stati Uniti avrebbero pronto un piano di evacuazione del personale diplomatico dall’Ucraina.



“Attacchi da sud, est e nord”

Quando Blinken parla di capacità di attacco della Russia da tre punti cardinali si riferisce alle tre rotte considerate dall’intelligence Usa, ucraina ed europea come le direttrici di un possibile piano russo per un’invasione. Dal fronte del nord, la Russia potrebbe puntare direttamente su Kiev attraverso due direttrici provenienti o dal territorio della Federazione o direttamente dalla Bielorussia. Un attacco dal fronte orientale, invece, come spiega un’analisi del Center for strategic and international studies, si potrebbe dividere in tre potenziali rotte che avrebbero come destinazione il corso Dnepr, Kiev o addirittura tutto il territorio ucraino fino al confine occidentale. Infine, per quanto riguarda il fronte meridionale, le opzioni sarebbero diverse. C’è chi ritiene che sia possibile un attacco che prevede forze da sbarco come già dimostrato durante alcune esercitazioni avvenute in Crimea. Un’ipotesi che sarebbe avvalorata dalla partenza di sei navi d’assalto anfibio dai porti del Baltico e che molti osservatori ritengono dirette nel Mar Nero. Altri invece sostengono che un’eventuale azione di forza potrebbe partire sia dalla Crimea che dal confine più sud-orientale ucraino, coinvolgendo la rotta che da Rostov sul Don si dirige verso Mariupol.

Le ipotesi sono molte, come ha spiegato anche Paolo Mauri su questo sito. La Russia ha smentito di avere piani per un’invasione dell’Ucraina. Tuttavia è chiaro che esistono piani d’attacco così come è evidente che la Nato non possa fare a meno di valutare con attenzione questi scenari anche se li ritiene improbabili. Lo scopo di Mosca e Washington è non farsi trovare impreparati in caso di escalation, e questo serve sia alla forza che si presuma pronta all’attacco sia a chi si deve difendere o provare a mettere in campo tutto il deterrente necessario affinché l’invasione non avvenga. O “incursione”, come l’ha chiamata il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in una gaffe che ha gelato i funzionari di Kiev.

La “palude”

Se per Blinken sono tre le direttrici in cui Mosca ha capacità di attaccare il territorio di Kiev, d’altro canto è anche vero che questo possa avvenire in tempi rapidissimi o con immediate possibilità di successo russe. La potenza russa non è certamente paragonabile per numero e di uomini e mezzi né per potenzialità belliche alle forze ucraine, tuttavia il Cremlino conosce perfettamente i rischi di un conflitto. Rischi che non sono solo in generale politici o economici, ma anche eminentemente strategici. Perché una guerra in Ucraina comporta una serie di fattori che devono essere sempre tenuti in conto e che affondano le radici anche nelle stesse caratteristiche geografiche, infrastrutturali e militari del Paese.

Dal punto di vista del territorio, l’Ucraina è un Paese estremamente vasto, in cui la distanza tra i centri principali più orientali e occidentali, ad esempio Luhans’k e Leopoli, è maggiore di quella che c’è tra Parigi e Roma. La Nato si è preparata a ipotesi di blitz sul modello di quanto accaduto in Crimea, ma qui le condizioni sono molto diverse. E anche uno scenario come quello ipotizzato per le invasioni dei Paesi baltici non è paragonabile. In più, trattandosi di un attacco in larga parte meccanizzato, con blindati, carri armati e diversi mezzi terrestri, tutto dipende dalla rete infrastrutturale dell’Ucraina che di certo non è quella dell’Europa occidentale. Un attacco che dura diversi giorni necessita di ferrovie e strade sufficientemente protette e ampie da permettere l’invio di uomini e rifornimenti. E in piena stagione invernale, spiegano gli esperti, si deve valutare anche la media di luce diurna per permettere a un esercito di muoversi con più disinvoltura. Eventualità che va considerata anche in caso di sbarco anfibio, visto che il Mar Nero ha pochi punti di accesso utili per assalti di grandi dimensioni.

Tutto questo poi, spiega ancora il Csis, sempre che un eventuale attacco inizi e termini nella stagione invernale. Perché la possibilità che una guerra si prolunghi fino a marzo comporta un’altra incognita del territorio ucraini: il disgelo. Una volta superato febbraio, è possibile che il Paese sia soggetto a quella che viene chiamata la rasputitsa, cioè lo scioglimento di ghiaccio e neve sul terreno e sulle strade che rende impraticabili le rotte rurali e molto più difficoltoso il trasporto su strada. Questo fenomeno tipico della primavera e dell’autunno è un rischio per chiunque tenti operazioni militari in Europa orientale.



Dal punto di vista bellico poi, l’Ucraina, pur avendo mezzi militari inferiore rispetto alla Russia, non è un Paese da sottostimare sotto il profilo bellico. L’esercito di Kiev si prepara da diversi anni, sostenuto dall’esterno, a un’eventuale opzione militare russa. E la decisione di Washington e Londra di inviare armi anticarro e missili, così come consiglieri militari che addestrino le forze ucraine, indica che esiste la possibilità che la resistenza prolunghi il conflitto per un periodo che imponga a Mosca ulteriori negoziati o una riduzione della popolarità del presidente. Ipotesi che agita i sonni del Cremlino anche alla luce del potenziale isolamento internazionale.

Un pantano anche politico

Il rischio che l’Ucraina si trasformi tecnicamente in una palude è dunque un’ipotesi che Putin valuta con molta attenzione. Lo valuta non solo dal punto di vista fisico, ma anche sotto il profilo metaforico. La questione ucraina può infatti diventare per lo zar un pericoloso pantano diplomatico in cui la minaccia di una guerra può portare a dei risultati nelle trattative per l’espansione della Nato e per altri temi cruciali dell’agenda russa. Diverso invece il caso di una guerra, che comporterebbe immediatamente l’isolamento di Mosca ma anche il rischio di misure molto incisive per la stabilità finanziaria russa. Putin può puntare sul fatto che le sanzioni alla Russia, di fatto, colpiscono indirettamente anche l’Europa. Motivo per cui in Ue ci sono ampie divisioni su come reagire a questa escalation del Cremlino.

D’altro lato, c’è poi un tema da non sottovalutare che è quello di non avere la necessaria forza per espandere realmente l’influenza russa al di là dei Paesi considerati come nuova “cortina di ferro”. L’ipotesi di tornare a una condizione pre-1997, cioè la richiesta della Russia di ritirare “forze straniere e armi” da Bulgaria e Romania, è già stata bollata come “inaccettabile” dal governo di Bucarest e che ha visto la dura reazione da parte di Sofia. L’ipotesi quindi sembra scartata a priori. E a conferma del fatto che la Nato non pare intenzionata a una marcia indietro, il Times ha rivelato che il Regno Unito potrebbe mandare centinaia di truppe da combattimento in tutti i Paesi confinanti con l’Ucraina e nei Paesi baltici. Mentre la Spagna ha già deciso di inviare i suoi caccia nelle basi Nato in Bulgaria.

Resta poi il nodo gas, su cui si infrangono diversi punti di vista alternativi. Da un lato gli Stati Uniti premono – e con essi alcuni segmenti della politica europea – che il primo gesto da fare contro Mosca sia quello di bloccare il gasdotto Nord Stream 2. Il governo tedesco sta provando in tutti i modi a evitare questo rischio, visto che ne andrebbe del rifornimento energetico dai giacimenti russi. Ma in caso di attacco la pressione potrebbe essere enorme. Putin non avrebbe certo grande interesse ad assistere a questo stop, dal momento che le casse russe sopravvivono in larga parte grazie agli introiti degli idrocarburi. Ma questa eventualità comporta una spada di Damocle per tutta l’Europa: una spada che se può colpire in parte la Russia, per l’Ue sarebbe il colpo di un clamoroso shock energetico.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.