Allarme grano in Italia e in Europa. La guerra in Ucraina e le sanzioni non stanno incidendo solo sul gas e sui prodotti energetici. Anche sugli alimenti potrebbe sorgere un’autentica battaglia tra il Vecchio Continente e la Russia, specialmente perché da Mosca arrivano indiscrezioni circa lo stop alle esportazioni di grano verso i “Pasi ostili”. Ossia verso quei Paesi i cui governi hanno applicato le sanzioni più dure contro la federazione russa. Gli stessi, per intenderci, a cui il Cremlino ha imposto il pagamento del proprio gas in Rubli. Tra questi c’è ovviamente anche l’Italia. Cosa accadrà adesso?

La situazione alimentare nel nostro Paese

Il grano che abitualmente si usa sulle nostre tavole è di due tipi. Quello tenero, che serve per la panificazione, e quello duro, il quale invece serve per la pasta. L’Italia è tra i principali produttori di grano duro ed è in grado di soddisfare circa le metà del proprio fabbisogno annuale interno. La quota proveniente dall’estero nel 2021 è stata occupata, secondo i dati Istat, in buona parte dal Canada, da cui abbiamo preso il 46% del grano duro importato. Segue poi la Grecia a distanza con l’8%, Francia e Stati Uniti hanno invece ottenuto una quota di mercato del 7%. Fino al 2018, il grano duro transalpino copriva il 30% delle nostre importazioni, poi la cifra si è repentinamente abbassata a favore del grano canadese. In questa speciale classifica Russia e Ucraina hanno ruoli marginali. Entrambe non superano la soglia del 2% complessivo del nostro import.

Una situazione non così diversa sul fronte del grano tenero. L’Italia importa il 60% delle quantità annualmente utilizzate, ma i prodotti russi e ucraini hanno un peso marginale. Buona parte del nostro fabbisogno viene soddisfatto dalle importazioni da altri Paesi Ue. Anche perché un’importante fetta del prodotto viene destinata all’esportazione e costituisce una voce importante della bilancia dei pagamenti. In poche parole, il grano che serve per fare il pane e i biscotti se non è italiano è comunque di Paesi comunitari. Solo una bassa percentuale proviene dall’Ucraina e ancora meno proviene dalla Russia. Coldiretti ha quantificato in 96 milioni di chili la quantità di grano tenero russo arrivata nel 2021 nel nostro Paese.

In che modo l’annuncio della Russia potrebbe colpirci

Appurato che la dipendenza dal grano russo è marginale e che quindi la quota di mercato lasciata libera da Mosca è facilmente sostituibile, i problemi però per l’Italia potrebbero arrivare da altri fronti. Se infatti la Russia ha un ruolo di nicchia nel nostro mercato, rappresenta invece una potenza del settore a livello internazionale. Questo vale soprattutto per il grano tenero. Si calcola che la federazione russa negli ultimi anni ha tenuto in mano in media il 21% delle esportazioni globali. Quindi ogni scelta varata dal Cremlino in materia potrebbe avere ripercussioni sul prezzo. Il principio è quello che si vede spesso nel mercato del petrolio. A seconda delle scelte intraprese da uno dei maggiori Paesi produttori, il prezzo del greggio può alzarsi oppure abbassarsi.

Il fatto che la Russia abbia deciso di non vendere a determinati Paesi il proprio grano, potrebbe comportare un importante innalzamento dei prezzi. Con conseguenze per i costi anche nel nostro Paese, indipendentemente dal nostro ancoraggio al mercato russo. Un’impennata dei prezzi provocherebbe poi gravi problemi nelle aree del Mediterraneo a noi limitrofe. Tunisia, Egitto, Libia, Algeria, Libano, sono soltanto alcuni dei Paesi che stanno già risentendo dell’aumento dei costi e della minore disponibilità globale di grano. Il rischio concreto è quindi legato a un’ulteriore destabilizzazione dell’area mediterranea. Basti ricordare che nel 2010 le primavere arabe sono nate proprio per via dell’innalzamento dei prezzi dei beni di prima necessità. Se il Magreb dovesse trasformarsi di nuovo in una polveriera, l’Italia patirebbe conseguenze politiche legate soprattutto all’immigrazione.

Il pericolo di uno stop al grano ucraino

C’è poi un’altra possibile conseguenza, derivante però in questo caso più che altro dalle dinamiche della guerra in corso in Ucraina. Il Paese, vero e proprio granaio in grado di soddisfare le richieste provenienti dal medio oriente, per il momento non può esportare grano. Mosca e Kiev negli ultimi anni hanno accresciuto in simultanea la propria quota di esportazioni nel mercato del frumento. Con il conflitto in corso, Kiev non può esportare e dunque vengono al momento a mancare importanti quantità di grano soprattutto nelle aree del Mediterraneo. A preoccupare è la situazione a Odessa: con il porto da cui dipende più della metà dell’export ucraino bloccato, è impossibile far partire le navi. L’Ucraina sta provando a inviare grano con i treni ma è molto difficile sopperire alle esportazioni via mare. Il Paese, stando ai dati del ministero dell’agricoltura, via nave è in grado di esportare 5 milioni di tonnellate al mese di frumento, con i treni non si va oltre le 500mila tonnellate.

Oltre al blocco di Odessa, a destare allarme è l’impossibilità in molte zone dell’Ucraina di effettuare la semina. Vorrebbe dire cioè che, anche se domani le navi dovessero lasciare Odessa, mancherebbe per diversi mesi (e forse diversi anni) una fetta importante di grano da destinare nel mercato internazionale. Meno grano in giro vuol dire anche aumento dei prezzi dei prodotti. Con tutte le conseguenze del caso.

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