La parola d’ordine al Pentagono è una sola: nessuno scontro con gli alleati della Nato. Alle truppe americane dislocate lungo la cosiddetta “zona cuscinetto” nel nord della Siria è stata impartito l’ordine di ritirarsi per prendere posizione in altre installazioni militari, più sicure e ben distanti dall’offensiva dell’esercito turco. Sul campo resterebbero solo pochi uomini delle forze speciali che non devono e dovranno far parola di cosa sta accadendo in queste ore in terra siriana.

La decisione del presidente Donald Trump di “spostare” le truppe che proteggevano il territorio cuscinetto fra Siria e Turchia, e potevano fungere da “occhi e orecchie” della Nato per osservare da una posizione privilegiata le mosse di Recep Tayyip Erdogan, ha sollevato le critiche di repubblicani e democratici, e il dissenso dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Ma l‘abbandono informale dei combattenti curdo-siriani che – dopo essersela vista con le milizie jihadiste del Califfato, dovranno vedersela da soli con le divisioni corazzate del Sultano – rappresenta un punto di non ritorno.

Il presidente americano si è limitato a commentare con un tweet di “disapprovazione” la notizia che l’offensiva turca nel nord della Siria era iniziata e che, come ci si aspettava, i cacciabombardieri F-16 dell’aeronautica turca avevano colpito i primi obiettivi curdi. Trump ha definito una “cattiva idea” la scelta di colpire i curdi, ma il monito si è immediatamente perso nell’affermazione, risibile, che i curdi non avevano mai “aiutato” gli Stati Uniti nelle guerre del passato: ad esempio durante l’Operazione Overlord del 1944, lo sbarco in Normandia.

Nessun passo indietro, dunque, e nessun ascolto prestato alle suppliche del Senato americano e delle Nazioni unite, che temono per il destino dell’enclave curda che Erdogan intende indebolire fino alla sua completa sparizione. Sebbene le forze speciali americane non avrebbero mai attaccato l’alleato della Nato, esse potevano almeno fungere da deterrente per impedire con la loro presenza bombardamenti su obiettivi curdi, e per proseguire nella loro missione di sorveglianza del territorio siriano dove cellule dell’Isis sono ancora attive. Dei 2mila soldati americani presenti in Siria l’anno scorso, ora rimarrebbero meno di mille uomini, e le centinaia dislocate nell’area cuscinetto interessata dall’offensiva turca sono state spostate lontane dal conflitto.

Se in passato il Pentagono aveva sperato di poter mantenere la sua presenza strategica in Siria, con lo scopo di “tenere sotto controllo” la situazione e di proseguire nell’addestrare e supportare le forze curde (alleato chiave nella lotta all’Isis), oggi la linea sembra del tutto diversa. L’ex segretario della Difesa James Mattis si era mostrato in disaccordo con l’ondata di ritirate dal Medio Oriente desiderate dal presidente e quando Trump lo scorso dicembre decise di richiamare le truppe dalla Siria, le dimissioni a beneficio di un segretario della Difesa che fosse più “allineato” con le idee del presidente non si erano fatte attendere. Il generale Mattis, “cane pazzo” dei Marines, era profondamente in disaccordo con l’idea di lasciare i curdi da soli in uno scenario così delicato. Scelta che invece è stata lentamente abbracciata prima dal suo sostituto Pat Shanahan e poi espletata dal nuovo segretario alla Difesa Mark Esper.

Il desiderio espresso senza giri di parole da Trump è sempre stato quello di “porre fine a queste stupide guerre senza fine” – in Siria come in Afghanistan – ma questo tipo di decisioni, nonostante la sua “grande e ineguagliabile saggezza” , non tengono conto delle conseguenze, sia su punto di vista strategico che sul punto di vista umanitario. Il tradimento informale dell’ex alleato curdo passa quasi in secondo piano se viene osservato lo scenario all’interno dello scacchiere mondiale, dove sono compresi anche Russia, Iran e Turchia. Altro punto da non sottovalutare sono i campi di prigionieri dell’Isis, dove sono detenuti oltre 12mila miliziani con le loro famiglie. I curdi dell’Ypg hanno già ammonito Washington nella sua scelta di “sfilarsi” da questo delicato scenario, delineando la possibilità che una chiamata alle armi per difendere dia turchi il territorio che i curdi reclamo come loro potrebbe far collassare il sistema e permettere una fuga dei militanti dell’Isis, che immediatamente potrebbero riorganizzarsi in seno a ciò che rimane dello Stato islamico in Siria.

Secondo quanto reso noto, i soldati americani rimasti a ridosso dell’area operazioni si sono ritirati nei centri di comando più arretrati e oltre il confine iracheno, nella regione autonoma del Kurdistan. I critici più aspri non hanno avuto remore nel definire la scelta di Trump “un atto moralmente vergognoso”. E, a quanto pare, anche nelle fila dell’esercito molti ufficiali hanno mostrato il loro disaccordo. Nonostante l’ordine sia quello di non fare parola di ciò che sta accadendo in Siria, un membro delle forze speciali avrebbe dichiarato a una fonte di Fox News che per la prima volta nella sua lunga carriera si è “vergognato” della condotta cui il suo Paese lo ha costretto.

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