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L’impegno militare della Russia in Siria sembra stia per volgere al termine. Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, Mosca si sta già preparando a ritirare il suo contingente dalla Siria. A riferire delle ultime scelte del Cremlino sono state alcune agenzie di stampa russe, tra cui Interfax e Ria Novosti. “I preparativi sono in corso”, così Patrushev ha voluto chiosare sulla possibilità che la Russia si ritiri dal territorio siriano. Una notizia non del tutto nuova, dal momento che deve essere messa in relazione con le parole della scorsa settimana del capo di Stato maggiore russo, Valery Gerasimov, il quale aveva confermato che la presenza militare russa in Siria sarebbe stata sensibilmente ridotta, con un inizio del ritiro delle truppe già dalla fine di quest’anno.

La scelta della Russia è dettata da molte ragioni. Innanzitutto c’è un primo motivo che è di natura strategica: lo Stato islamico è praticamente sconfitto. Rimangono solo alcune sacche di resistenza ben contenute e monitorate dagli altri Stati partner della lotta al terrorismo e non sembrano esserci ragioni per mantenere il pieno dispiegamento delle forze aeree e terrestri come durante la campagna per la liberazione del Paese. La Russia è riuscita nell’intento di mantenere Assad al governo della Siria ed è riuscita in particolare a mantenere il possesso delle basi militari in territorio siriano, vero e proprio pallino della strategia mediorientale di Mosca. Putin non sta quindi abbandonando l’alleato siriano, ma sta semplicemente rimodulando la “mission” russa nel conflitto, che adesso, da forza di contrapposizione, diventa sempre più forza di ausilio alla pacificazione del Paese. Proprio per questo motivo, come riporta l’agenzia di stampa russa, Sputnik, si prevede l’arrivo di unità di genieri russi in Siria per aiutare l’esercito regolare nello sminamento. Come ha detto Viktor Bondarev, presidente del Consiglio della Federazione per la sicurezza e la difesa, “Penso che la superficie delle aree minate nel paese siano enormi, dunque si spera che non solo gli ingegneri russi condurranno le attività di sminamento in Siria, ma anche le organizzazioni internazionali”. Forse uno dei compiti più importanti per il ritorno del popolo siriano a una vita dignitosa, prima ancora che normale. Perché la normalità sembra ancora qualcosa di molto lontano.

A queste ragioni di natura militare, non vanno poi dimenticato le ragioni di natura economica. La guerra costa ed anche parecchio. Il Cremlino ha investito tantissimo in questo conflitto e non può continuare a mantenere le proprie truppe nel Paese né le forze navali e aeree in uno stato completamente operativo. Soltanto nel marzo del 2016, la spesa della Russia in Siria si aggirava intorno ai 500 milioni di dollari, secondo quanto rivelato dallo stesso Vladimir Puti. Soldi già destinati nei capitoli di spesa del 2015, ma che adesso, con la guerra che ha mutato radicalmente scenario, non possono essere più mantenuti.

La decisione russa di ritirare una cospicua parte delle truppe significa in sostanza che la guerra è volta al termine. Ora si tratta di ripristinare lo Stato siriano e di regolare i rapporti di forza fra le parti ancora in campo. Forse la parte più difficile di tutta la guerra, perché adesso si tratta di far tacere le armi ma di riuscire a ottenere quanto desiderato e promesso durante il conflitto. I russi hanno ottenuto ciò che volevano e, arrivati a questo punto, devono dare un segnale agli Stati impegnati in Siria che c’è la volontà di terminare la guerra e di non “occupare” la Siria. Evitando quindi la possibilità che gli altri invitati ai colloqui di Ginevra parlino della Siria come di un protettorato russo sotto occupazione militare. In questo c’è chiaramente anche un messaggio di fiducia rivolto ai suoi alleati, in particolare a Iran e Siria, che devono riuscire a evitare qualunque tipo di manovra che possa essere ritenuta una provocazione da parte di Israele e Arabia Saudita e, indefinitiva, dagli Stati Uniti. In tutto ciò, non va sottovalutata anche la posizione della Turchia, che considera la questione curda ancora centrale e che sembra possa puntare in maniera molto pesante le proprie armi contro il cantone di Afrin. Ma lì, la Russia, sembra essersi disinteressata. Finché Erdogan colpisce gli alleati americani in Siria, la questione può solo che giovare agli interessi di Damasco e Teheran. A Ginevra, fra poche ore, sarà tutto più chiaro.

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