Mentre l’operazione in Ucraina si fa più complessa del previsto per le forze russe, in patria il Paese vive una distonia singolare, diviso fra le piazze in cui le proteste non sembrano scemare, e intere generazioni che, crogiolandosi nello splendido isolamento, si ostinano a non credere nell’esistenza di un conflitto armato al proprio Ovest. Ma lontano da Mosca come nelle stanze dei bottoni russe ci si inizia a interrogare sull’after Putin e sul se, come e quando una nuova era possa avere inizio nella terra degli zar, tra scenari realistici e ipotesi più o meno improbabili.

1. Il colpo di Stato

Invocata da analisti e strateghi, questa strada sembra la meno probabile per vari ordini di ragioni. Innanzitutto, il mondo russo, e quello sovietico prima, hanno sempre lavato i panni sporchi in famiglia, in un riallineamento interno perpetuo. Il secondo ordine di ragioni è di tipo pratico. Stiamo parlando di un leader ossessionato dai complotti, paranoico, che sa di essere ora il nemico pubblico n.1 dell’Occidente: il tavolone presso il quale tiene molti dei suoi colloqui la dice lunga. I prodromi di questa ossessione sono visibili già da molti anni, e nulla nella sicurezza del presidente russo è lasciato al caso: in sua difesa vi è il Servizio di protezione federale (erede di un braccio del KGB), la Guardia Nazionale (che si occupa della repressione interna senza scomodare i militari) e il Servizio federale per la sicurezza, l’FSB di Aleksandr Bortnikov che svolge un ruolo chiave nel mantenere il controllo di Putin sul Paese. Il tentacolare apparato di sicurezza che dirige impiega centinaia di migliaia di persone ed è responsabile di tutto, dall’antiterrorismo alla sicurezza delle frontiere, al controspionaggio, alla sorveglianza elettronica e, ufficiosamente, al contenimento dell’opposizione politica. L’FSB è molto più autonomo del KGB sovietico, non essendo sotto il controllo di alcun partito centrale.

Tuttavia, l’ipotesi del golpe ha una sorta di versione B che, invece, potrebbe funzionare. Nulla da saga di spionaggio, magari ordita dall’estero. Una covert operation contro Putin è un’impresa gigante e non potrebbe avere successo in un sistema blindato e granitico come quello russo e, soprattutto, non sarebbe covert affatto: Putin non è un piccolo despota di una remota repubblichina. Più probabile, ed è quella l’ipotesi che si fa strada in queste ore, è che il putsch sia silente, e che possa giungere proprio dai sodali di Putin esasperati dalle sanzioni e dall’avventurismo militare del presidente. Una morte sospetta come quella di Stalin o una liquidazione simile a quella di Kruscev, che però dovrà passare necessariamente da un Suslov di turno che faccia da pubblico accusatore e che, soprattutto, si prenda la responsabilità politica e pubblica di farlo.

C’è anche poi da chiedersi, a seguito di un evento collettivo così forte, quale sarebbe la transizione. Gli scenari sono potenzialmente due: un trapasso operato da militari e siloviki, in una sorta di direttorio che guidi raqpidamente verso un rebuilding della pace sociale. Qualcosa di simile alla Turchia dei tempi d’oro, ove i militari si facevano garanti dell’ordine democratico e della laicità dello Stato. L’altro tipo di scenario è, invece, quello di un’infinita transizione di tipo militare che trasformerebbe la Russia in una sorta di nazione postcoloniale nella quale i militari restano saldamente al potere all’infinito e le elezioni vengono sostituite dai golpe -militari anch’essi.

2. La leadership di un sodale di Vladimir Putin

Sebbene il presidente russo abbia tecnicamente sigillato la sua presidenza sino al 2036 e, considerata la sua età, il capolinea comunque giungerà, presto o tardi. Nonostante il cambio di regime in Russia non sia nell’agenda ufficiale dell’Alleanza occidentale, potrebbe diventare inevitabile per via del gigantesco errore di calcolo politico e militare di Mosca. Avere la possibilità di ricandidarsi, riportando in auge l’Unione sovietica dei gerontocrati, significa anche posticipare la scelta di un delfino e nel frattempo cercarlo, allevarlo e poi porlo davanti alla cerimoniale ratifica democratica. Ciò potrebbe accadere anche prima del 2036, al fine di garantire un’uscita di scena con la giusta dissolvenza, magari proponendo anche un passo indietro in pompa magna, restando il padre nobile come accadde con Medvedev. Nella cerchia dei suoi sodali si ripetono alcuni nomi, più legati a indiscrezione che altro. Nel giugno scorso era stato proprio il presidente russo a rispondere in prima persona alla domanda scomoda, nella sua linea diretta annuale con i cittadini, durata per ben tre ore e 42 minuti: “Per quanto riguarda le persone o la persona che potranno guidare il Paese, la mia responsabilità sarà fornire raccomandazioni ai pretendenti alla poltrona presidenziale…Arriverà il momento e spero che potrò affermare che questa o quella persona è degna di guidare questo meraviglioso Paese”. Erano passati solo due mesi dalla promulgazione della riforma costituzionale che gli permetterebbe di impacchettare la presidenza.

I nomi dei papabili, per il momento sembrano essere quelli del ministro della Difesa Sergei Shoigu, quello dell’ex primo ministro Dmitry Medvedev e il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin. Shoigu, sempre al fianco di Putin dall’inizio dell’invasione, è il membro di gabinetto più longevo della Russia e il suo secondo politico più popolare dopo Putin, e viene agitato da tempo come delfino. La sua agiografia lo vuole come salvatore dell’esercito, ed è su quello che è stato definito “fenomeno Shoigu” che si fonda il suo potere da tecnocrate. È proprio lui l’uomo che viene ritratto nelle immagini in cui il presidente è a pesca o a caccia nei boschi siberiani, un’unzione simbolica che secondo alcuni è già avallata da tempo. Padre tuvano e madre ucraina, un simbolismo non da poco, visto che si tratta del direttore d’orchestra dell’invasione. Tuttavia, bisogna ricordare che la figura di Shoigu non nasce accanto a quella di Putin: ha, infatti, iniziato la sua carriera nei primi anni ’90 come capo del ministero delle Emergenze, rendendolo una struttura militarizzata altamente efficace e in cima a tutte le classifiche politiche anni prima che Putin diventasse presidente. Un vero test di popolarità che lo consacrò nel 2009 come il ministro più popolare e apprezzato del Governo.

3) Una lenta transizione elettorale

L’ipotesi più sconfortante di tutte. Prevedere le mosse di una società come quella russa è davvero impossibile: “La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”, disse Winston Churchill. Con una libertà di espressione ormai prossima allo zero, sarà difficile condurre campagne elettorali efficaci e con esiti non pilotati. Rispetto al 2015 o al 2020 la società russa oggi è atomizzata: partiti e movimenti sono esausti dopo anni di repressione.

Uno stillicidio per un Paese che presumibilmente sarà fiaccato dall’isolamento e dalle sanzioni. La Russia sarà cambiata, il mondo anche. Putin, ormai ottantaquattrenne, lascerà il trono chiudendo un’era. I cittadini, nel segreto dell’urna, sceglieranno: ma chi e cosa? Al momento di leader morali ve ne sono numerosi come l’attivista Aleksej Naval’nyj, Dmitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta o il mago degli scacchi Garri Kasparov, ma una loro discesa in campo futura resta al momento nell’iperuranio delle idee. Le manifestazioni, nel frattempo, si stanno radicalizzando verso sinistra e verso le frange liberal con un grande protagonista come il movimento studentesco, un aspetto che molti russisti confermano come inedito.

Nella Duma attuale le opposizioni sono rappresentate dai comunisti del Pc e dagli ultranazionalisti di Ldpr, ma quando si deve scegliere su questioni fondamentali il governo trova sempre o quasi l’appoggio di Gennadij Zjuganov e Vladimir Zhirinovskij. La galassia extraparlamentare ha grosse difficoltà a farsi sentire fuori da certi ambienti, non eleggendo rappresentanti.

Resta l’ipotesi dell’imponderabile, dell’inaspettato colpo di scena che più volte ha fatto capolino nella storia e che, forse, se i numeri in strada del dissenso russo diventassero da consistenti a abnormi, potrebbe venire a bussare alle porte del dramma che sta attraversando l’Europa. Resta di fatto che il cambio di passo, se e quando ci sarà, sarà solo a firma russa. Di quale Russia, però, è ancora troppo difficile prevedere.

 

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