Guerra /

“Oggi mi rivolgo a voi, a tutti i cittadini del nostro Paese, a persone di diverse generazioni, età ed etnie, al popolo della nostra grande Madrepatria, a tutti coloro che sono uniti dalla grande Russia storica“. “Combatteremo per la nostra Patria, per la nostra terra, l’unica che abbiamo, per la nostra libertà, indipendenza e sovranità, per la nostra cultura e tradizioni. Le difenderemo e le proteggeremo in nome dei nostri antenati e dei nostri discendenti, per il bene della Russia, della sua grande storia e del suo grande futuro”. “È nostra tradizione storica e destino della nostra nazione fermare coloro che amano il dominio globale e minacciano di dividere e rendere schiava la nostra Patria”.

Questi virgolettati rappresentano alcuni passaggi estrapolati dal discorso alla nazione con cui il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione parziale delle truppe e dal discorso tenuto sempre ieri dal capo del Cremlino, ma a Velikij Novgorod, per il 1160esimo anniversario della nascita dello Stato russo. Sono passaggi che rappresentano un filo conduttore della narrativa putiniana: un qualcosa che unisce non soltanto i discorsi di ieri ma anche quello del 21 febbraio, in cui il presidente russo ha riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass dando il via, di fatto, all’invasione dell’Ucraina. Un costante richiamo non soltanto alla storia dei russi, che per Putin è chiaramente diversa da quella della “semplice” Federazione Russa, ma anche a una sorta di battaglia di civiltà che si combatte oggi fisicamente in Ucraina ma in generale tra Mosca e l’Occidente. O tra Mosca e lo stesso scorrere del tempo.

La visione di Putin, che la guerra ha certamente indebolito nella sua leadership ma non nei toni, non è cambiata nelle sue convinzioni più profonde. Quantomeno a livello di propaganda. Il richiamo ancestrale a una civiltà di cui Mosca è rappresentante unica, una comunità di destino, è parte integrante di una mitologia che il capo dello Stato ha voluto costruire da molto tempo, rafforzandola proprio dall’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale”. Un percorso che ha avuto l’exploit proprio da febbraio di quest’anno, per giustificare a livello “culturale” l’aggressione all’Ucraina, ma i cui elementi sono apparsi già da molto prima, quando Putin aveva iniziato a far capire che la statualità di Kiev non era solo un problema di adesso, ma un errore della Storia, una deviazione rispetto a un percorso in cui lo “spazio russo” appariva fondamentalmente destinato a essere unito ma che Mosca o appunto l’Occidente, a detta di Putin, aveva diviso. Un tradimento interno o un colpo esterno che Putin ha rielaborato anche per sfruttarlo nei confronti di un’opinione pubblica che deve essere compattata di fronte a una guerra che non viene compresa in maniera profonda: dove il nemico appare rarefatto e in cui la narrazione, quella della denazificazione, non sembra scalfire gli animi di molti.

Il richiamo alla Storia diventa dunque essenziale. Per Putin è un richiamo quasi mistico, che non è solo legato a contingenze momentanee. Il presidente russo sente di dovere incarnare un mondo che rischia ormai di apparire (se non essere) in decomposizione. Ma serve anche a ribadire che esiste una continuità mai sopita in cui i collassi dei vari “imperi” sono di fatto dei momenti traumatici in una continuità storica che per il presidente russo unisce gli zar ai leader sovietici fino all’attuale presidenza. Il richiamo alla “Russia storica” nel discorso di ieri serve appunto a ribadire che i confini di questo spazio non si fermano ai confini della Federazione, ma a un’idea di Russia che sostanzialmente ricalca quell’area imperiale che poi si era tramutata nella formula sovietica.

Il richiamo – come il 21 febbraio – a generali, battaglie, comunità di sangue tra popolazioni che vivono in altri Stati, conferma che l’idea di questa guerra si è trasformata – almeno nella narrazione – in qualcosa di più elevato: nella stessa idea di sopravvivenza di un sistema. Il presidente russo non parla di interessi concreti, ma di una dimensione bellica fatta anche di scontro di valori, di una cultura contro un’altra, di chi vuole distruggere il Paese ma anche il sistema che esso rappresenta. E questo è un elemento che non si cancella mai dalla narrazione putiniana anche se cambiano, e di molto, le forze e la realtà del campo di battaglia. Ieri, come il 21 febbraio, il capo del Cremlino ha confermato che la radice della sua guerra non è da leggere nel presente, ma nel passato. Ma ha anche ribadito che per la sua opinione pubblica questo deve essere un conflitto esistenziale: come del resto lo è per lui. Se si perde, si perde tutti non come semplici cittadini russi, ma come appartenenti a una comunità che Putin disegna come realmente minacciata nella sua esistenza. Non perde solo lui come leader di un sistema, ma collasserebbe anche una forma di esistenza della Russia: è questo il messaggio che traspare nei vari discorsi. E questo serve anche a recuperare motivazioni in una parte di opinione pubblica che appare sempre più distante dal conflitto ma ferita nell’orgoglio, al pari di un esercito fortemente indebolito nelle proprie certezze perché molto spesso privo di una ragione per cui combattere.

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