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Dall’inizio della guerra in Ucraina, la Cia (Central Intelligence Agency) ha assunto un ruolo pubblico sempre più importante. È una tendenza – va detto – che ha caratterizzato tutti i servizi di intelligence del blocco occidentale. Quelli che un tempo erano i risultati di un lavoro interno ai corridoi delle agenzie di spionaggio e controspionaggio oggi viene messo alla luce del sole, fatto trapelare volutamente tramite i media, pubblicato direttamente sui social network addirittura dagli stessi canali ufficiali di intelligence e ministeri della Difesa. Una comunicazione certamente molto diversa da quella a cui eravamo abituati fino a pochi mesi fa, ma che conferma come la narrazione di un conflitto sia adesso sempre più pervasiva e complessa, e in cui quelli che un tempo erano esclusivamente “servizi segreti” appaiono sempre più desiderosi di comunicare e meno intenzionati a lavorare nell’ombra. Almeno per perorare la propria causa.

Non deve quindi stupire che la Cia, vera e propria potenza dell’intelligence inserita nel complesso meccanismo dei servizi statunitensi, abbia deciso di intraprendere questa strada. E non è altrettanto sorprendente quello che è avvenuto negli scorsi giorni al Centro Hayden della George Mason University, dove il vice direttore della Cia per le Operazioni, David Marlowe, ha detto due cose particolarmente importanti. La prima, che “Putin era nella sua condizione migliore all’inizio dell’invasione: allora era in grado di ricattare l’Ucraina, influenzare la Nato e presentare la Russia come una superpotenza” e che a causa dell’invasione ha “distrutto tutto questo”. Il secondo elemento, più di matrice interna, è che Marlowe, senza troppi giri di parole, ha detto apertamente che la Cia si sta “guardando intorno alla ricerca di cittadini russi che sono scontenti della situazione, e siamo pronti a fare affari”.

La parole di Marlowe, che si trovava all’evento insieme alla vice direttrice della Cia per le Analisi, Linda Weissgold, sono state riportate dal Wall Street Journal e sembrano rivelare non solo quella tendenza delle intelligence a mostrare al pubblico le proprie analisi, ma anche una volontà quasi sfacciata di sfidare apertamente i servizi russi. Cercare di reclutare cittadini della Federazione Russa disamorati del proprio Paese, scontenti per la conduzione della guerra e profondamente delusi nei confronti del presidente Putin sarebbe un modus operandi assolutamente credibile e naturale per i servizi statunitensi. Del resto è una modalità di reclutamento che viene attuata pressoché da tutte le agenzie di spionaggio e di controspionaggio. Diverto però è dirlo e lasciare che questo venga pubblicato da uno dei più diffusi e autorevoli quotidiani Usa. Specialmente se questo avviene per bocca di un uomo come Marlowe che raramente lascia dichiarazioni sul proprio operato. Questo gioco Mosca lo conosce benissimo, dal momento che è noto che specie negli ultimi anni i servizi occidentali hanno colpito più volte la rete di spie al soldo del Cremlino, anche di doppiogiochisti. Tuttavia, un conto è fare il lavoro sporco, un conto è ammetterlo e addirittura farne vanto. Cosa che la Cia ha stranamente fatto per la prima volta.

Qualcuno potrebbe pensare a una sorta di gesto di sfida, quasi da “spacconi”, da parte della Cia. Difficile però dare una risposta univoca, dal momento che sembra difficile credere che la potente agenzia americana, guidata da quel William Burns che ha appena incontrato ad Ankara il capo dei servizi russi, si lasci trascinare dalle emozioni. Evidentemente il segnale è quello di provocare un’ulteriore irritazione da parte russa, così come anche per mantenere l’immagine di un’intelligence capace di arrivare ovunque. Già prima della guerra, del resto, gli Usa hanno dimostrato di avere ottimi agganci anche all’interno dello stesso Cremlino. Washington sapeva delle manovre prima della guerra, aveva avvertito della possibile invasione e ha anche fornito un supporto fondamentale alle forze ucraine per difendersi e contrattaccare. Far vedere di poter arrivare ovunque è fondamentale. E in questa nuova guerra narrativa perorata anche dalle intelligence, lanciare il guanto di sfida sull’arruolamento di spie potrebbe apparire come un ulteriore modo per mostrarsi più forti. Oppure potrebbe far capire di poter arrivare molto in profondità nell’ambiente russo al punto da attirare persone deluse in grado di dare un colpo definitivo a Putin, quel leader che, come dice la Cia, ha “distrutto tutto”.

Con una postilla che non va affatto dimenticata: un’agenzia come la Cia dice e fa dire quello che vuole comunicare, ma non è affatto detto che dica quello che pensa o che fa davvero. Anche in questo caso, dunque, il condizionale è d’obbligo.

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