La vicenda ucraina, nelle ultime ore, sembra rassomigliare sempre più al fantasma della crisi di Cuba del 1962: questa, infatti, fu espressione paradigmatica di come un conflitto sia caratterizzato da mosse e contromosse, e di come una minaccia grave possa evolvere poi in maniera positiva, poiché sottesa da una non reale intenzione di essere realizzata. Tuttavia, da parte degli Stati Uniti qualcosa non torna ed ha a che fare con il vociare eccessivo, con i toni ansiogeni della stampa, con la dovizia di particolari forniti a proposito delle mosse di Putin.

Il clima da aggressione imminente

Da qui, il legittimo sospetto che Washington si stia lanciando in un eccesso di allarmismo, rivelando le prossime mosse della Russia per cercare di far saltare i piani di Mosca, guadagnare tempo per la diplomazia e forse concedere a Putin la possibilità di valutare i costi di un’invasione. Nelle ultime settimane, l’amministrazione Usa sta concedendo tantissimo alla stampa: dettagliando i movimenti delle forze armate russe al confine con l’Ucraina, rivelando il piano di Mosca per creare un falso video di atrocità come pretesto per un’invasione, e anche suggerendo che i piani di Putin incontrerebbero i dubbi di alcuni funzionari russi. Per gli Stati Uniti si tratta della maggiore diffusione di informazioni riservate dai tempi della crisi del 1962: proprio qui, nel Paese dai tempi di declassificazione dei file lunghissimi. Le agenzie di intelligence, sollecitate dalla Casa Bianca, stanno declassificando a spron battuto le informazioni, che a loro volta vengono inviate al Congresso, condivise con i giornalisti e discusse dai portavoce del Pentagono e del dipartimento di Stato. Attenzione, non si tratta di sindrome da Iraq: le affermazioni di Washington sull’accumulo di truppe russe sono state confermate da immagini satellitari. I dettagli delle trame segrete di disinformazione di Mosca sono in linea con le campagne di propaganda social del Cremlino e sono monitorate dalle principali piattaforme di fact-checking.



Tuttavia, al netto delle incapacità della presidenza Biden, che negli ultimi mesi sta rivelando tutti i suoi limiti, è possibile che questa strategia, al di là delle teorie che ruotano attorno a un presunto desiderio americano di cercare di scatenare un nuovo inutile conflitto (cui prodest?), sia una modalità raffinata ma rocambolesca di evitare lo scontro, non di scatenarlo. Va ricordato, infatti, che l’amministrazione Biden ha ripetuto più volte di non avere intenzione di inviare truppe americane per difendere l’Ucraina, da qui il rinforzo militare dell’Europa dell’est e dei Paesi nordici. Se, dunque, nel 2003 l’iperproduzione di informazioni (errate e anche false) serviva a giustificare un intervento preventivo, adesso sta accadendo il contrario: una sovrapproduzione di informazioni vere per fermare un conflitto probabile.

Mezzi russi e bielorussi stanziati a Zyabrovka una pista di atterraggio a Gomel, in Bielorussia

Forse fu proprio questo l’errore nel 2014: l’intelligence impedì all’amministrazione Obama di diffondere le informazioni in proprio possesso. Gli alti funzionari dell’amministrazione hanno ricordato la loro frustrazione quando le agenzie di intelligence non hanno permesso alla Casa Bianca di comunicare alla Nato ciò che Washington sapeva delle mosse della Russia. Una lezione ancora più importante, secondo gli ex funzionari, sono state le azioni di disturbo di Mosca durante le elezioni americane del 2016. I critici, compresi gli advisor di Obama, hanno affermato che gli Stati Uniti sono stati troppo passivi nell’attirare l’attenzione sulle operazioni di influenza russa.

Paventare la guerra evita la guerra?

Quello che presumibilmente Washington sta tentando di fare, quindi, con tutti i rischi che ne conseguono, ed è questa la tesi che sposa il New York Times, è rendere più difficile per Putin giustificare un’invasione fondata su menzogne, mettendo a rischio la propria credibilità internazionale. Se questo è il piano, non è detto che il gioco di svelare le mosse di Putin ad ogni suo turno nel gioco complessivo funzioni. Nei momenti chiave di questa crisi, Biden e i suoi fedelissimi hanno lavorato per esporre i piani del presidente russo, definendolo immediatamente un “aggressore”. L’amministrazione ha rivelato informazioni che avrebbero potuto essere ottenute solo penetrando, almeno in una certa misura, nei sistemi militari e di intelligence russi. Il Pentagono ha dichiarato pubblicamente che la forza che Putin stava radunando su tre lati dell’Ucraina avrebbe raggiunto 175.000 o più unità prima dell’inizio di un’invasione; poche settimane dopo, ha affermato che Mosca avrebbe cercato di inscenare una provocazione – un attacco false flag contro le proprie forze o alleati. Poi, ancora, Washington ha incoraggiato gli inglesi a rivelare il piano russo per installare un governo fantoccio a Kiev. Ognuna di queste rivelazioni faceva parte di una strategia per battere i russi in un’area che è loro fiore all’occhiello: la guerra dell’informazione. La leadership ucraina ha fatto sentire la sua voce a questo proposito, opponendosi al quadro dell’invasione imminente, nel colloquio telefonico tra il presidente Zelensky e Biden.

“Sull’orlo del baratro”

Nella crisi di Cuba la scommessa americana sulla leadership sovietica si basava sull’ipotesi che l’avversario fosse razionale e non commettesse errori. Se i sovietici non avessero condiviso lo stesso tipo di razionalità vi sarebbe stato l’olocausto nucleare. In quella, come in altre crisi, come per esempio la vicenda degli Euromissili, gli Stati Uniti scelsero di bruciare tutti i ponti alle proprie spalle usando il vantaggio della prima mossa, per limitare le opzioni rimaste a disposizione dell’avversario. La crisi cubana rappresenta ciò che tecnicamente viene definito brinkmanship, ovvero la politica del rischio calcolato in situazioni sull’orlo della guerra, un pendio sempre più inclinato nel quale spesso, ad un certo punto, non si è più consci del grado di pericolo in cui ci si trova.

Queste situazioni solitamente passano per la pratica di spingere una condizione pericolosa sull’orlo del disastro al fine di raggiungere il risultato più vantaggioso possibile, costringendo la parte opposta a fare delle concessioni. Si tratta di una tattica in cui serve una buona dose di lucida irrazionalità per lasciare intenzionalmente che la situazione sfugga di mano, semplicemente perché il fatto che sia fuori controllo può diventare insopportabile per l’altra parte, costringendola così ad un accomodamento. Affermare con forza di poter scatenare o meno una rappresaglia può porre il nemico di fronte a quello che sembrerebbe un bluff. Ma il fatto, per esempio, di stanziare truppe o intraprendere altre iniziative in un Paese terzo, potrebbe davvero tenere in sospeso la capacità di previsione del nemico che, stordito, potrebbe fare il nostro gioco. Dunque, in questa tattica può avere senso tenere in sospeso la capacità di previsione altrui, se siamo noi a condurre il gioco. Se il risultato è invece, almeno in parte, determinato da eventi che non sono sotto il nostro controllo, noi creiamo per il nemico un rischio autentico.

Le similitudini tra le due crisi

Passiamo alla pratica: alla luce di tutto questo, qual è il gioco reciproco che Mosca e Washington stanno facendo in queste ore? In effetti, una serie di similitudini con la crisi di Cuba saltano all’occhio, con una differenza di fondo: la linea rossa oggi esiste e Biden e Putin in queste ore sembrano non fare altro che parlarsi, il che aggrava questa drôle de guerre. Entrambi sembrano voler trascinare la questione sull’orlo del precipizio nel tentativo di guadagnare due cose fondamentali: reputazione internazionale e un pezzo di spazio vitale.

Sono numerosi i diplomatici americani di lungo corso che sposano questa tesi: William B. Taylor Jr., che ha servito come ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, ha dichiarato che la posizione più aggressiva di Biden – un passaggio che lui chiama “dalla deterrenza passiva alla deterrenza attiva” – sta in effetti funzionando. Putin o ne è davvero spiazzato o sta facendo esattamente lo stesso gioco: nel bel mezzo della info-war, c’è l’Ucraina e il suo popolo- quasi- ormai in attesa dei Tartari al di là della Fortezza.

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