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La più famosa fra le agenzie d’intelligence statunitensi, la Cia, ha deciso di avviare un programma di reclutamento di nuove reclute che abbiano un particolare requisito: l’origine ispanica. Gli Stati Uniti stanno vivendo questo cambiamento epocale nella demografia del Paese e anche l’intelligence deve fare i conti con la crescita delle comunità differenti da quelle in cui si rispecchia un certo modello Usa. Come spiegato dal quotidiano spagnolo El Confidencial, già nel 2015, i dati sulle rappresentanze etniche all’interno della Cia hanno dimostrato che le minoranze del territorio Usa non erano rappresentate in modo proporzionato negli apparati di sicurezza sia nei posti di comando, sia in quelli operativi. Le minoranze contavano soltanto sul 24% dei lavoratori in totale, con il 10% nei posti di comando (e di questo 10% solo il 2.5 era di origine latina). E il problema è stato in particolare percepito dal precedente direttore della Cia, John Brennan, che aveva confermato l’assoluta importanza dal punto di vista operativo di ridisegnare la proporzione etnica nei reparti d’intelligence. E non c’è solo mero “buonismo”, come molti hanno pensato trattandosi della precedente amministrazione Obama. Sono molti i motivi pratici per cui la Central intelligence agency è alla ricerca di questo tipo di reclute.

Il primo motivo è il peso sempre più crescente della comunità latina all’interno della popolazione degli Stati Uniti. Secondo gli ultimi dati, la popolazione latina sul territorio statunitense ha raggiunto già la cifra di 50 milioni di individui, il che la rende la “minoranza” etnica più forte negli Usa. Il secondo motivo, collegato evidentemente al primo, è che alla crescita della popolazione ispano-americana si aggiunge la crescita parallela della necessità per la Cia di inserirsi nella comunità latina degli Stati Uniti in modo da riuscire a infiltrare agenti nella criminalità organizzata locale, che può avere importanti nessi con quella internazionale dei Paesi sudamericani. Esistono aree del Paese in cui questa minoranza è quasi prevalente, ed esistono intere cittadine o quartieri in cui è più facile sentire parlare spagnolo che inglese.

A queste ragioni, se ne aggiunge poi una terza: i teatri operativi esterni in cui queste reclute possono essere impegnate. Da un punto di vista anche soltanto visivo, un agente di origine ispanica ha meno possibilità di essere riconosciuto in determinati Paesi in cui la Cia svolge delicate missioni di spionaggio. Pensiamo semplicemente al Messico, a Cuba, al Venezuela, ma, in generale, a tutti i Paesi dell’America centrale e meridionale. Gli Stati Uniti considerano il continente americano una sorta di cortile di casa ed è inevitabile che abbiano infiltrati ovunque e che debbano avere analisti in grado di comprendere in maniera perfetta quelle comunità da cui provengono o cui si approcciano.

Il lavoro della Cia per il reclutamento di questi agenti non è facile come sembra. Come hanno spiegato all’agenzia di stampa Efe alcuni membri dell’agenzia, in questo tipo di comunità c’è una forte resistenza a lavorare con l’intelligence. E il più delle volte, questa sfiducia è dettata dal fatto che molti sono figli di immigrati irregolari e temono di coinvolgere le famiglie in controlli che metterebbero a repentaglio la tranquillità dell’esistenza dei propri genitori o familiari. Questo fatto, soprattutto negli anni precedenti, ha condotto molte persone a evitare il reclutamento negli apparati d’intelligence proprio perché si considerava questo tipo di rischio. Questo nonostante alcuni membri della Cia di origine ispanica siano anche divenuti famosi nel corso degli anni per il lavoro svolto: per esempio Tony Mendez, l’agente principale della crisi degli ostaggi in Iran, oppure in tempi più recenti Carmen Middleton, direttrice dell’intelligence nel settore delle minoranze.

Con l’aumento dei rischi e il cambiamento della società, la Cia ha però deciso di rompere questa resistenza e avviare una forte inversione di rotta. Servono ispanici. E in effetti, i fenomeni che oggi minacciano la sicurezza degli Stati Uniti o le aree in cui Washington è interessata a operare, necessitano di questa minoranza. Sul fronte interno, il narcotraffico e l’immigrazione clandestina rendono indispensabili agenti di origine ispanica. Sul fronte esterno, il Sudamerica e l’America centrale vedono un costante interventismo Usa o una minaccia per la geopolitica di Washington e un rinnovato interessamento soprattutto da parte della nuova amministrazione di Donald Trump.

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