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Il silenzio freddo, cinicamente ostentato di Aung San Suu Kyi testimonia, in maniera estremamente emblematica, quanto l’atteggiamento dell’ex Premio Nobel per la Pace, attualmente Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri nel governo di Myanmar, stia contribuendo a delineare la tragica situazione in cui è costretto a dibattersi la minoranza-paria dei Rohingya, vittima di un escalation di discriminazioni e persecuzioni che negli ultimi mesi ha fortemente destabilizzato la situazione interna allo Stato birmano.

Per i Rohingya, la fine della lunghissima dittatura militare insediatasi nel 1962 e il lento, ma graduale avvio di un processo democratico in Birmania non ha sancito affatto la fine delle discriminazioni patite a lungo a causa della loro condizione di minoranza musulmana e abitanti di una terra periferica in un Paese a maggioranza buddhista guidato da una leadership fortemente centralizzatrice: come ricordato da Il Postinfatti, al milione di cittadini di etnia Rohingya non è stato concesso di partecipare alle elezioni del 2015 che hanno sancito l’affermazione della Lega Democratica Nazionale di Aung San Suu Kyi. Privati del diritto di voto e impossibilitati ad accedere a servizi di base come l’istruzione e la sanità pubblica, i Rohingya, che vivono principalmente nello Stato federale di Rakhine, sono stati costretti a una condizione di emarginati in patria e hanno visto completamente frustrate le loro speranze di riscatto dopo gli anni bui delle persecuzioni del regime militare che portò a un drammatico esodo di centinaia di migliaia di persone dal 1990 in avanti.

La palude del sottosviluppo, il cortocircuito della discriminazione e lo sradicamento hanno funto da terreno fertile di coltura per la nascita di movimenti radicali di contestazione del governo di Naypyitaw, al cui interno, è importante ricordarlo, i militari detengono tuttora una notevole influenza: come prevedibile, tale reazione si è manifestata nell’ascesa di formazioni guerrigliere di matrice integralista e di gruppi combattenti come l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), che con gli assalti contro numerosi posti di polizia e caserme dell’esercito birmano ha dato il via, il 25 agosto scorso, alla durissima reazione da parte dei militari, indirizzatasi in larga misura contro la popolazione civile Rohingya. Oltre agli oltre 100 morti causati dai violenti scontri tra militari e insorti, infatti, sono da segnalare quelle che Gianluca Di Donfrancesco de Il Sole 24 Ore ha definito “scene di pulizia etnica”: “chi può permetterselo compra un passaggio in barca, chi non può tenta la sorte via terra o magari guadando il fiume Naf, che per 35 chilometri divide il Myanmar, un inferno, dove si rischiano morte, torture e stupri, dal Bangladesh, un altro inferno, dove si sopravvive a stento in campi profughi” e dove, secondo le stime, vivono dai 300.000 ai 500.000 Rohingya.

Al tempo stesso, Aung San Suu Kyi ha avuto modo di esprimere durissime accuse contro i militanti dell’ARSA, che sicuramente con le loro azioni soffiano sulle braci dello scontro tra i Rohingya e il governo centrale, ma ha mantenuto un ostinato silenzio a riguardo delle persecuzioni contro la popolazione civile, non facendo alcun passo per concretizzare le appassionate dichiarazioni di concordia civile espresse di fronte all’Assemblea Generale dell’ONU nel 2016 e, anzi, dimostrandosi tanto solerte quanto i suoi predecessori militari nella limitazione degli accessi dei giornalisti stranieri nello Stato del Rakhine. La definizione più azzeccata per Aung San Suu Kyi è stata coniata da Fulvio Scaglione, che si è riferito all’ex Premio Nobel come a una “democratica latitante”.

Latitano le parole, latita la volontà di cambiare marcia, latita la capacità di comprendere quanto il governo birmano stia lavorando per alimentare una gravissima problematica interna: sfruttando come base di consenso la storica intolleranza della maggioranza buddhista per la popolazione Rohingya, il governo della Lega Democratica Nazionale rischia di esacerbare il totale sdoganamento dell’ostilità del “popolo dimenticato” e, come si è visto negli ultimi tempi, di una contrapposizione armata deleteria per entrambe le parti. Mentre la tragedia dei Rohingya non sembra avere fine, l’ex paladina dei diritti umani e della democrazia Aung San Suu Kyi vede accumularsi sulle sue spalle le crescenti responsabilità per la persecuzione di una minoranza di vinti e umiliati che rischia di trasformarsi in un popolo esule nella totale indifferenza dei governi dell’Asia Meridionale per le loro sorti.

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