La città ha raggiunto il deserto. Le dune hanno fatto spazio ai nuovi palazzi, alle nuove costruzioni, a una vera e propria pioggia di cemento e acciaio arrivata improvvisamente negli ultimi 5 anni, lì dove prima era solo il soffio del vento l’unico vero protagonista. Lo stesso vento che per anni ha portato i granelli di sabbia sulla base di uno dei monumenti italiani più noti tra quelli costruiti in ricordo della seconda guerra mondiale, ossia la lapide con scritto “Mancò la fortuna non il valore“. Ad El Alamein si sono combattute due battaglie: una, quella vera e propria, avvenuta tra il 23 ottobre e il 5 novembre 1942, che ha visto migliaia di italiani perire nella strenua difesa della loro posizione. L’altra invece è stata intrapresa dopo il conflitto ed ha riguardato il recupero della memoria. Principale artefice di quest’ultima battaglia è stato Paolo Caccia Dominioni, ingegnere che dopo aver combattuto tra quelle trincee del deserto negli anni successivi è andato alla ricerca dei resti dei caduti e delle testimonianze storiche di quell’inferno scoppiato nel deserto. Oggi anche la lotta per la memoria sta seriamente rischiando di essere persa. Attorno alla lapide il governo egiziano ha progettato la metropoli di New El Alamein. Cancellando ogni traccia di memoria.

Un pezzo di Italia nel cuore del deserto

El Alamein nel 1942 altro non era che un piccolo villaggio adagiato tra le ultime dune del Sahara e le onde del Mediterraneo. A un certo punto la sua posizione durante il secondo conflitto mondiale è diventata strategica. Nel luglio di quell’anno le forze dell’asse italo tedesco, comandate da Rommel, stavano avanzando dalla Cirenaica. Gli inglesi assieme agli alleati hanno scelto El Alamein come argine di difesa. Da questo villaggio è stata tracciata una linea di fortificazioni lunga diversi chilometri e culminante nella depressione di Qattara. Il tutto per difendere la vicina Alessandria d’Egitto. La guerra in nord Africa in quei frangenti stava assumendo un’importanza cruciale per le sorti generali del conflitto. Ad El Alamein si è quindi creato lo scenario ideale per uno scontro decisivo. Il 23 ottobre 1942 gli inglesi hanno lanciato l’attacco. Le loro forze erano maggiori rispetto a quelle dell’asse, su queste ultime gravavano poi difficoltà di approvvigionamento. Buona parte della battaglia si è svolta a una ventina di chilometri ad ovest del villaggio. Qui, tra trincee improvvisate nel deserto e tra buche scavate anche a mani nude, migliaia di italiani hanno cercato di difendere le proprie posizioni.

A cadere sotto i colpi degli alleati sono stati soprattutto gli uomini della Folgore. La loro resistenza, fatta con qualsiasi mezzo a disposizione, è stata riconosciuta anche dagli avversari. Anche questo ha contribuito a costruire il mito di El Alamein come una delle battaglie più famose dell’intero contesto bellico. Tanto da ispirare nei decenni successivi diverse pellicole e documentari. Tra gli italiani che si difendevano nelle trincee del deserto, c’era anche l’ingegnere Paolo Caccia Dominioni. É stato proprio lui nel 1948 a tornare tra le buche scavate dagli italiani. Per 14 anni ha dedicato il suo tempo a ricostruire la storia della battaglia, contribuendo a trasformare questo angolo di Sahara in un angolo di Italia. Qui infatti hanno trovato riposo 5.200 nostri connazionali caduti, molti dei quali scovati in altri cimiteri da Dominioni e sepolti all’interno del Sacrario, dove poi è stata posta la famosa lapide simbolo del sacrificio italiano in terra d’Egitto. Il nostro Paese al suo interno ha migliaia di monumenti famosi in tutto il mondo, El Alamein ha la particolarità di essere un patrimonio italiano ma in un altro Stato. Nel 2008 lo stesso ex presidente egiziano Hosni Mubarck aveva proposto di rendere il Sacrario suolo italiano. Ma poi quell’idea non si è concretizzata.

La nuova metropoli voluta dal governo egiziano

Il Sacrario e la lapide resteranno al loro posto. Anche perché il terreno è stato assegnato in comodato d’uso all’Italia. Ma da qui in avanti, attorno a questo luogo, mancherà l’elemento che ne ha sempre permeato lo scenario: il deserto. El Alamein sta avanzando verso le dune che hanno ospitato la battaglia del 1942. Al posto delle trincee della Folgore, come sottolineato Alessandro Fulloni sul Corriere della Sera, c’è già un’autostrada di otto corsie. Quel villaggio diventato simbolo della guerra, entro pochi anni sarà una metropoli di almeno mezzo milione di abitanti. Lo ha deciso nel 2015 l’attuale presidente egiziano Al Sisi. Il tutto fa parte di un più vasto progetto che prevede la realizzazione di almeno quattro “new town” in tutto l’Egitto, tra cui anche la nuova capitale ad est de Il Cairo. El Alamein è chiamata ad ospitare funzionari ed impiegati dei vicini giacimenti petroliferi, oltre che i turisti attratti dai grandi resort in costruzione lungo la costa. Molti cantieri, finanziati in gran parte dagli Emirati Arabi Uniti, sono già partiti.

Per la memoria italiana è un colpo non indifferente. Ma forse agli egiziani non si può dare molta colpa. Per loro gli eventi del 1942 hanno poco di eroico: in quell’occasione il deserto nordafricano altro non è stato che un teatro di battaglia per potenze straniere. E poi ci sono freddi numeri con cui l’Egitto deve fare i conti: oramai sono più di cento milioni gli abitanti, in un territorio costituito per il 90% dal deserto. Per non veder sprofondare le proprie città nella morsa del sovraffollamento, non si può far altro che strappare terreno alle dune del Sahara. Certo è che però non vedere più la sabbia attorno al nostro Sacrario farà, per sempre, un certo effetto.

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