Nell’ultimo periodo Papa Francesco si è interessato in prima persona alla tragedia dei Rohingya. Nel secondo giorno della sua visita apostolica in Bangladesh, la scorsa settimana, il Santo Padre ha visitato uno dei più grandi campi profughi del paese asiatico e al termine della preghiera ha ricevuto sul palco 16 persone appartenenti alla minoranza musulmana perseguitata in Myanmar.

“Noi tutti vi siamo vicini. È poco quello che possiamo fare perché la vostra tragedia è molto dura e grande – ha detto Francesco, come riporta Avvenire – ma vi diamo spazio nel cuore. A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, che vi hanno fatto del male, chiedo perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un’altra parte. La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta”. Ma chi sono davvero i Rohingya? E qual è la loro storia? La loro origine è discussa e molto dibattuta in Myanmar. Vediamo perché.

La vera storia dei Rohingya

Il Myanmar è il più fragile dei paesi dell’ASEAN(Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico). La popolazione birmana, infatti, è molto eterogenea poiché, accanto a una forte maggioranza buddista convive una pluralità di gruppi etnici (cinesi, Karen, shan, karenni, thai e altri). Nonostante il governo birmano abbia dato importanti segnali della propria volontà di risolvere il conflitto interetnico, la strada appare oggi ancora molto complessa e non in definitiva fase di risoluzione. Com’è emerso anche negli ultimi mesi, la principale fonte di tensione riguarda le violenze settarie condotte da alcune frange estremiste buddiste ai danni della minoranza musulmana Rohingya (4% della popolazione) nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh.

I Rohingya non godono della cittadinanza birmana in quanto la legge in vigore dal 1982 non riconosce la minoranza musulmana tra le 135 minoranze ufficiali presenti nel paese. Il criterio di cittadinanza del Myanmar si basa sul concetto di taingyintha o di “razze nazionali”. Ciò è definito in modo un po’ arbitrario e si basa su quei gruppi etnici insediati in Myanmar nel 1823, un anno prima della prima guerra anglo-birmana in cui gli inglesi conquistarono Arakan e altre regioni del paese. La legge sulla cittadinanza, approvata nel 1982, ha fatto dell’appartenenza a una delle razze nazionali il criterio principale, anche se non il solo, per ottenere il pieno riconoscimento giuridico.

Come spiega Asia Times, i sostenitori dei Rohingya sostengono che la minoranza islamica era presente nel Rakhine fin dall’VIII secolo. I detrattori rigettano fermamente questa lettura della storia. Secondo il governo del Myanmar i Rohingya sono immigrati illegalmente successivamente, durante il periodo coloniale britannico (1824-1948) o comunque dopo il conseguimento dell’indipendenza dal dominio coloniale raggiunta nel 1948.

Il dibattito

Il problema di queste narrative conflittuali è che entrambe contengono elementi di verità. I pro-Rohingya riportano, dalla loro, un documento intitolato “Vocabolario comparato delle lingue parlate nell’Impero birmano” scritto dal medico scozzese Francis Buchanan nel 1799 come prova che il termine Rohingya era in uso in quel territori molto prima che gli inglesi consolidassero il loro dominio. Tuttavia, il termine “Rooinga” usato da Buchan nel 1799 non è esattamente il corrispettivo del “Rohingya” usato ora, anche se si riferiva ad alcuni antenati dell’attuale minoranza. Si tratta di un nominativo che deriva dalla parola “Rohang”, che era il nome bengalese dato ad Arakan in quel periodo.

Alla base della conflittualità tra il governo e questa minoranza senza patria né speranza, ci sono dunque storiografie ed elementi fortemente contraddittori. Un piccolo spiraglio per una risoluzione l’ha tuttavia dato di recente l’ambasciatore birmano, al forum di Ginevra, che ha annunciato la costituzione un gruppo di lavoro congiunto con il Bangladesh per avviare nei prossimi due mesi il processo di rimpatrio dei Rohingya. 

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