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Il pilota russo Roman Filipov, abbattuto sui cieli di Siria nella provincia di Idlib, si è fatto saltare in aria con una granata per non finire nelle mani dei nemici. Il pilota trentatreenne era riuscito a lanciarsi con il paracadute dal suo Su-25, ma era stato subito individuato dagli jihadisti e circondato. Armato di una granata, Filipov, secondo quanto fanno sapere da Mosca, avrebbe urlato “Questo è per i nostri ragazzi!” prima di suicidarsi facendosi esplodere ed evitando la cattura da parte delle milizie. Un gesto che ha colpito e commosso tutte le forze armate russe e adesso, il ministero della Difesa della Federazione ha comunicato di aver decorato postumo il pilota con l’onorificenza di “eroe della Russia”. Il gesto di Filipov è stato ripreso in un video, apparso su numerosi siti internet e testate internazionali. Ma già prima che fosse chiara la morte del pilota, l’aviazione russa aveva deciso di scatenare sugli jihadisti di Idlib una delle peggior piogge di fuoco degli ultimi mesi, per vendicarsi della morte del commilitone.

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Come riportato da La Stampa, l’aeronautica militare di Mosca “ha lanciato fra domenica e questa mattina oltre 150 raid contro le postazioni ribelli nella provincia di Idlib”. Solo nella giornata di domenica, gli aerei russi hanno compiuto circa 70 attacchi e ha proseguito all’alba di oggi con una pioggia incessante di bombe. Un’offensiva che sembra non voler lasciare alcun margine di salvezza per quella formazione jihadista che tiene in mano la provincia di Idlib e che, secondo l’opposizione siriana, non sta facendo sconti neanche sui civili. Le fonti locali dell’opposizione parlano di due ospedali colpiti dai bombardamenti. La maggior parte delle notizie giunge dall’Osservatorio siriano per i diritti umani che, di base a Londra, ha più volte rappresentato una fonte non del tutto attendibile su quello che accade in Siria. È altrettanto vero, in ogni caso, che la potenza di fuoco dell’aviazione russa, questa volta, sembra essere stata decisamente pesante. La vendetta di Mosca per la morte del suo pilota non poteva essere di minore intensità anche se dal Cremlino negano obiettivi civili affermando soltanto di aver ucciso circa 30 jihadisti del gruppo autore dell’abbattimento del Sukhoi.

Nel frattempo, con la ripresa dei bombardamenti russi, anche l’avanzata dell’esercito siriano nella sacca di Idlib continua. Fra le province di Idlib, Hama e Aleppo, l’esercito siriano sta procedendo a una lenta riconquista dei territori ancora occupati dalle fazioni islamiste, ma si ritrova a dover fare i conti con un fronte molto più organizzato di quanto ci potesse attendere dopo la sconfitta dello Stato islamico. A Idlib, roccaforte dello jihadismo siriano, dove sono convogliati molti combattenti in fuga dal fronte del Califfato e dove si sono radunati anche centinaia di foreign fighters, la guerra sarà ancora molto cruenta. Tahrir al Sham, nato dalla costola di al-Qaeda in Siria, ossia al-Nusra, ha ancora una buona capacità di resistenza. Prova ne è stato l’abbattimento del jet russo, un obiettivo non del tutto scontato per un gruppo di cui, secondo alcuni esperti, non si sapeva neanche che fosse in possesso di missili terra-aria. Richard Weitz dell’Hudson Institute ha dichiarato ad Al Jazeera che era troppo presto per dire come esattamente l’aereo è stato abbattuto. “Alcuni rapporti dicono che sia stato abbattuto dal fuoco delle mitragliatrici. Ci sono un paio di rapporti che dicono che sia stato abbattuto da un missile, ma i ribelli non sono noti per avere missili terra-aria con questo tipo di raggio”, ha detto l’analista.

L’obiettivo dei governativi adesso è la cittadina di Saraqib, lungo l’autostrada tra Damasco e Aleppo, che è stata ripetutamente colpita dai bombardamenti dell’aviazione russa. Si parlava di “de-escalation zone”, ma è evidente che qui il progetto è fallito. Idlib è il centro della sfida per la Siria e il semaforo verde dato ai turchi per Afrin comporterà ora lo spostamento della guerra russo-siriana per l’ultima roccaforte jihadista, la provincia un tempo in mano ai ribelli filoturchi. L’abbandono di Erdogan nei confronti di Idlib ha fatto sì che l’esercito siriano potesse concentrarsi sulla provincia, consegnando di fatto Afrin alle mire dell’esercito turco, nonostante i mal di pancia di Assad che non vede assolutamente di buon occhio l’avanzata di Ankara in quella regione. Ma la guerra siriana, se ha insegnato qualcosa, è che di fronte ai desideri delle potenze regionali, i poteri locali, pur legittimi, non hanno abbastanza voce in capitolo. Erdogan con “Ramoscello d’ulivo” ha in mano un grandissimo potere negoziale nei confronti degli Stati Uniti – che hanno nelle Ypg la loro vera pedina sul campo – e Mosca e Damasco, una volta presa Idlib, potranno concludere le trattative per l’architettura della Siria post-conflitto.

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