Più che una sconfitta dell’esercito americano, l’Afghanistan rappresenta la resa statunitense ad un’organizzazione terroristica (i Talebani). Andando contro i propri generali, i quali lo avevano avvertito che un ritiro precipitoso avrebbe agevolato la vittoria dei talebani, il Presidente americano Joe Biden ha fatto tornare indietro nel tempo l’Afghanistan “ai tempi bui” di un regime terroristico.

Il prezzo più alto dell’abbaglio di Biden lo stanno pagando gli afghani torturati ed uccisi, le ragazze schiavizzate e costrette a “sposare” i combattenti talebani, e donne e giovani che perdono i propri diritti all’istruzione e all’uguaglianza. Il danno alla credibilità e al posizionamento internazionale dell’America impallidisce dinanzi al costo che i civili del Paese stanno pagando per il peggiore disastro della politica estera statunitense negli ultimi decenni.

La conquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani è la più grande vittoria jihadista in tempi moderni. Rappresenta una spinta senza precedenti in favore dei jihadisti di tutto il mondo, dall’Europa all’Africa e all’Asia, e sarà fonte di ispirazione per altri gruppi terroristici, lasciando intravedere un ritorno del terrorismo internazionale.

L’impatto regionale è già evidente. Per esempio, c’è stato un aumento del terrorismo nella parte amministrata dall’India della contesa e divisa regione del Kashmir (con crescenti sequestri in India di eroina di origine afghana), che si trova nel bel mezzo dei due principali centri di produzione di oppio al mondo: la “mezzaluna d’oro” Pakistan-Afghanistan-Iran e il “triangolo d’oro” Myanmar-Tailandia-Laos.

Il Pakistan ha ottenuto con successo il controllo dell’Afghanistan orchestrando la conquista talebana del Paese. I talebani, insieme alle loro forze speciali, la rete Haqqani, sono un’ala del “deep state” pakistano. Il capo della rete Haqqani Sirajuddin Haqqani, che ricopre ora il ruolo di ministro degli interni dell’Afghanistan, è uno dei vicecapi talebani. Ancora prima che i talebani formassero il proprio governo, i vertici dell’agenzia pakistana ribelle di inter-servizi d’intelligence (ISI) avevano raggiunto Kabul, come per far capire che i veri capi fossero appena arrivati.

Tuttavia per il Pakistan la festa potrebbe finire prima del previsto. Un Afghanistan instabile, economicamente al verde e con un governo di terroristi potrebbe infatti esasperare un jihadismo violento in Pakistan, il cui futuro è già stato reso incerto dalle proprie faglie etiche e settarie.

L’esercito pakistano, nel frattempo, ha espanso le proprie competenze da questioni di strategia a gestione economica, con un impero commerciale stimato oltre i 100 miliardi di dollari. Il ruolo dispotico nel Paese assicura un governo civile debole. Come dichiarato dall’ex Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif, l’esercito è passato dall’essere uno “Stato all’interno dello Stato” ad uno “Stato al di sopra dello Stato”.

Per diverso tempo è stato proprio l’esercito pakistano ad addestrare gruppi terroristici, da utilizzare come strumento di policy statale ai danni dei Paesi vicini. Ironicamente, gli Stati Uniti sono stati a lungo il principale fornitore di aiuti. Il Generale Hamid Gul, un’ex capo dell’agenzia di spionaggio dell’esercito pakistano, millantò una volta di come alla storia sarebbe passato che “l’ISI sconfisse l’America con l’aiuto dell’America”. E quella vanteria diventò realtà proprio lo scorso 15 agosto, quando i talebani presero il controllo di Kabul.

Data la posizione strategica dell’Afghanistan al crocevia tra l’Asia centrale, meridionale ed il Sud-est asiatico, non sorprende che la più grande ricaduta geopolitica dalla catastrofe di sicurezza e umanitaria dell’Afghanistan venga percepita nella regione che si estende da Russia e Cina al Medio Oriente. Il vuoto lasciato dall’umiliante ritirata statunitense ha creato uno spazio ancora maggiore per una Cina determinata ad espandere la propria influenza strategica.

La Cina, con i suoi rapporti di vecchia data con i talebani — che includono le forniture di armi attraverso il Pakistan — dipinge ora gli Stati Uniti come una potenza in declino, il cui abbandono del governo afghano ne dimostrerebbe l’inaffidabilità come partner per qualsiasi Paese. In seguito alla caduta di Kabul, la Cina ha continuato a cantare vittoria anche avvisando Taiwan attraverso i media di Stato che, dinnanzi ad un’invasione cinese, gli Stati Uniti avrebbero abbandonato anche loro.

La vittoria dei talebani in Afghanistan favorisce la Cina anche da altri punti di vista. Dal momento che il Pakistan è un cliente cinese, la sconfitta statunitense spiana la strada per azioni strategiche da parte della Cina proprio in Afghanistan, con la sua incredibile ricchezza minerale e posizione tra l’Iran ed il corridoio Pakistan-India. La Cina ha provato a perseguire questa strategia offrendo ai talebani le due cose di cui hanno disperatamente bisogno: riconoscimento internazionale e supporto economico. Pechino ha richiesto più volte a Washington di scongelare le risorse finanziarie dell’Afganistan.

Un Paese che se ne esce decisamente sconfitto dal fiasco americano in Afghanistan è l’India, ora sotto assedio dai rischi di sicurezza provenienti dalla coalizione Pakistan-Cina-talebani. L’India, uno dei maggiori donor dell’Afghanistan, aveva una grossa influenza nel Paese, ma diplomatici e civili indiani furono tra i primi ad andarsene.

Dallo scorso anno l’India è rimasta bloccata in uno stallo militare con la Cina sul loro confine dell’Himalaya, in seguito a delle furtive incursioni cinesi lungo la frontiera. Ma se l’India deve ora affrontare una minaccia terroristica ben più importante che arriva dal confine occidentale, disporrà di meno risorse per contrastare l’espansionismo cinese.

Quando i talebani furono al potere in precedenza, dal 1996 al 2001, ciò permise al Pakistan di utilizzare il territorio afghano allo scopo di addestrare terroristi per delle missioni in India. Il loro ritorno al potere apre dunque un nuovo fronte per il terrorismo ai danni dell’India, che potrebbe essere costretta a distogliere la propria attenzione da uno stallo militare sempre più intenso con la Cina lungo l’Himalaya. In poche parole, la caduta dell’Afghanistan rafforzerà probabilmente l’asse anti-indiano tra gli sponsor dei talebani, ovvero il Pakistan, ed il maggiore patrono del Pakistan, ovvero la Cina.

Nel frattempo, grazie alla sconfitta della potenza leader mondiale per mano dei talebani, l’Islam radicale è di nuovo alla ribalta, con implicazioni di sicurezza anche per i Paesi occidentali. I talebani, dal canto loro, stanno trasformando l’Afghanistan in uno Stato narco-terroristico. Secondo un recente report del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la produzione ed il traffico di droghe a base di papavero e sintetiche rimangono “la maggiore fonte singola di entrate dei talebani”, che contribuisce “significativamente alle sfide legate alla droga per tutta la comunità internazionale”. I profitti illeciti di questi scambi commerciali lubrificano gli ingranaggi della macchina terroristica dei talebani.

“L’emirato islamico” dei talebani rappresenterà presumibilmente una calamita per gli islamisti più violenti di tutto il mondo. Il governo del regime talebano è composto dall’élite del terrorismo internazionale, tra cui alcuni dei più famigerati capi narcos del mondo. La guerra mondiale al terrorismo guidata dagli Stati Uniti, che stava già arrancando prima che arrivasse Biden, potrebbe non reggere più il passo.

Brahma Chellaney, autore di nove libri, è Professore di Studi Strategici al Centro indipendente di Policy Research di Nuova Delhi, e Membro del programma Richard von Weizsäcker presso la Robert Bosch Academy di Berlino.

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