Quando, nel mezzo di un conflitto, si cerca di far evacuare la popolazione civile, la priorità viene sempre lasciata a donne e bambini. Sono loro i soggetti più vulnerabili in una guerra. E di certo in Ucraina non c’è alcuna eccezione a questa regola. Da una parte e dall’altra, con il passare dei giorni stanno venendo fuori diverse storie che parlano di stupri, sevizie oppure di precisa volontà di umiliazione delle donne. Più il conflitto aumenta di intensità e più sono soprattutto le donne a dover avere paura di uscire per strada.

I racconti dall’Ucraina

Anche in Italia ne sappiamo qualcosa degli stupri di guerra. Nel film La Ciociara del 1960 si raccontano le sofferenze e le umiliazioni che molte donne hanno dovuto subire nell’Italia centrale nel 1944, a causa della violenza di una parte della legione straniera francese entrata nel nostro Paese. In ogni guerra, quando il peso del conflitto è tale da far perdere ogni brandello di umanità, le parti in lotta si accaniscono sui civili usando lo stupro come arma. Marta Serafini sul Corriere della Sera ha provato a raccogliere qualche testimonianza, ma “per il momento sono ancora poche”, ha scritto nel suo articolo. Ma da quanto emerso, si capisce che crimini e abusi sulle donne sono stati perpetuati da una parte e dall’altra. A Kharkiv ad esempio una donna, intervistata dai volontari di Human Rights Watch, ha raccontata di essere stata violentata da un soldato russo in una scuola vicino la seconda città ucraina. Lì si era rifugiata assieme alla sua famiglia, ma nulla ha potuto di fronte alla violenza cieca del militare. Pochi giorni fa invece il fotografo Mikhail Palinchak ha scattato le immagini che immortalano i corpi di un uomo e di tre donne nude riversi sulla carreggiata di un’autostrada verso Kiev.


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Denunce in tal senso arrivano anche dal fronte russo. Ha fatto il giro del mondo la foto scattata dall’italiano Maurizio Vezzosi in un edificio di Mariupol adesso in mano russa ma in precedenza usato dal Battaglione Azov come propria base. Nelle immagini si vede il cadavere di una donna seminuda, con una svastica marcata all’altezza del proprio ventre. Segno inequivocabile di tortura, di pesanti sevizie, di un orrore che testimonia la perdita di ogni briciolo di umanità e dignità da parte di chi l’ha commesso. “L’edificio in questione – ha dichiarato su Non è L’Arena il fotografo italiano – è la scuola n.25 di Mariupol, nella parte di città in mano ai russi”. I soldati di Mosca hanno accusato membri del Battaglione Azov del crimine. In Ucraina i problemi per le donne sono anche dove al momento non si combatte. A Odessa, è la testimonianza di una poliziotta intervistata da Marta Serafini, non si mandano più in giro ragazze da sole. Il coprifuoco e lo spettro di una battaglia starebbe infatti innervosendo gli animi: “Il coprifuoco – si legge ancora nella testimonianza – ha peggiorato le cose. Uomini della guardia civile girano armati e con il volto coperto dal passamontagna”. E le autorità locali, per prevenire abusi e incidenti, hanno anche proibito da qualche giorno il consumo di alcool.

Gli orrori sulle donne umiliate

C’è poi la violenza psicologica, non meno devastante per chi ne è vittima. Una violenza subita anche con una semplice telefonata. A marzo, in alcuni canali Telegram ucraini, sono stati diffusi video in cui si notano soldati ucraini usare il cellulare di un militare russo ucciso per chiamare la madre e la fidanzata. Quando le donne hanno risposto, i soldati in modo beffardo hanno schernito le donne, ridendo mentre annunciavano la morte del loro congiunto. Una crudeltà condannata anche da tanti utenti ucraini.

Anche dall’altro lato non sono mancati episodi di umiliazione. Come nel caso delle 15 soldatesse ucraine liberate nell’ambito di uno scambio di prigioniere, trovate con la testa rasata. Le loro immagini hanno fatto il giro dei media internazionali. A diffonderle è stato il parlamentare ucraino Dmytro Lubinets: “Hanno fatto tutto questo in segno di arroganza – ha scritto sui social – umiliazione e disprezzo”.

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