Dal Donbass allo Yemen, passando per l’Afghanistan, le Filippine, la Birmania e il Sud Sudan. Le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti.

Donbass, una guerra nel cuore d’Europa

La recente battaglia navale nello Stretto di Kerch ha riacceso i riflettori sul conflitto in atto in Donbass, nell’Ucraina orientale. Ma nonostante se ne parli molto poco e nonostante gli accordi di Minsk dovrebbero garantire una tregua, la guerra iniziata nel 2014, dopo le rivolte di piazza Maidan, continua a fare vittime. I dati rilasciati dalle Nazioni Unite parlano di oltre 10mila morti, più di 30mila feriti e poco meno di 2 milioni di sfollati da quando si sono aperte le ostilità. Ma non solo. In queste zone si muore o si resta mutilati anche per le mine. Gli ultimi civili rimasti uccisi sono stati tre adolescenti tra i 13 e i 15 anni, colpiti dall’ordigno esplosivo alla fine di settembre nella città di Gorlovka, nella zona cuscinetto che divide i miliziani filorussi dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e le truppe di Kiev. E mentre una soluzione politica sembra essere lontana, nelle trincee del Donbass si continua a combattere e a morire.

Yemen, i bambini sono i più colpiti dal conflitto

Nello Yemen in guerra a rimetterci sono soprattutto i più piccoli. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità quasi 85mila bambini sono morti per fame o malattie. Diecimila, invece, quelli caduti a causa del conflitto. L’Unicef ha dichiarato che 1,5 milioni di minori soffrono di malnutrizione, tra questi 370mila sarebbero in condizioni critiche a causa di un indebolimento generale del sistema immunitario. Altri 2,5 milioni sarebbero a rischio di diarrea, mentre 1,3 milioni rischierebbero infezioni respiratorie molto gravi. Uno spiraglio per la pace si è aperto recentemente con l’accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell’Onu di Stoccolma, anche grazie al cambio di rotta internazionale verso l’Arabia Saudita, avvenuto dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi. Intanto, però, i bombardamenti – anche con bombe prodotte in Italia – non si fermano.

Afghanistan, attentati e attacchi fanno strage di civili

Solo nei primi sei mesi del 2018 in Afghanistan ci sono stati quasi 2mila morti a causa di attentati o attacchi. L’aumento delle violenze è in parte dovuto all’entrata in gioco nel Paese dello Stato Islamico e di altri gruppi jihadisti che, con la perdita di territorio in Siria ed Iraq, stanno cercando nuovi avamposti dove poter portare avanti la loro folle lotta.

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L’Isis si sta espandendo soprattutto nel nord-est dell’Afghanistan, dove numerosi campi di addestramento stanno preparando nuovi combattenti ad entrare in azione. Poi ci sono i talebani che, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, con i loro attacchi sono la causa della morte del 42 per cento delle vittime. Più di 60 persone sono rimaste uccise solo nelle ultime elezioni legislative avvenute nell’ottobre scorso. Il governo controlla il 50 per cento del territorio del Paese, il resto è gestito dai miliziani e dai signori della guerra che nel 2018 hanno anche raddoppiato la produzione dell’oppio.

Filippine, lo Stato islamico e i ribelli comunisti alla conquista del Mindanao

Il 17 ottobre 2017, dopo quasi cinque mesi di duri combattimenti, oltre mille morti e 400mila sfollati, il presidente Rodrigo Duterte annunciava la liberazione di Marawi, la città nel sud delle Filippine assediata dai miliziani del Maute e Abu Sayyaf, due gruppi locali affiliati allo Stato Islamico che avevano l’obiettivo di creare il primo Califfato nero nel sud-est dell’Asia. Ma, a più di un anno dalla fine del conflitto, Marawi continua ad essere una città completamente distrutta. E nonostante la Bangsamoro Organic Law, una legge firmata recentemente dal presidente, che estende l’autonomia della regione a maggioranza musulmana nell’isola di Mindanao, le violenze non si fermano. Combattimenti tra i jihadisti e l’esercito regolare sono in atto in diverse zone e i terroristi hanno annunciato nuovi attacchi. L’ultimo attentato è avvenuto il 31 luglio, quando un’autobomba è esplosa in un posto di blocco militare nella nell’isola di Basilan. L’ordigno ha provocato la morte di undici persone, tra cui cinque uomini delle truppe governative e un bambino di dieci anni. Secondo l’intelligence filippina, i gruppi armati che hanno giurato fedeltà allo Stato islamico sono ventitré. I più organizzati sarebbero Abu Sayyaf e il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff), quest’ultimo sempre più attivo. Ma a rendere ancora più incandescente l’isola ribelle ci sono i guerriglieri comunisti del New People’s Army (Npa), il braccio armato del Communist Party of the Philippines (Cpp). Questo gruppo, fondato nel 1969, negli ultimi mesi ha più volte attaccato gli avamposti militari governativi.

Birmania, il conflitto silenzioso contro le etnie

In questo momento ad essere vittime della violenza delle truppe governative, oltre ai più noti Rohingya, sono in particolare i Kachin, gli Shan e i Karen, perseguitati da quasi settant’anni: prima dalla sanguinaria dittatura del generale Ne Win, al comando per ventisei anni, fino al novembre del 1981, poi da Than Shwe, padre-padrone della Birmania fino al 2011. E ancora oggi da quei vecchi militari che – in teoria, con l’arrivo ai più alti gradi del potere di Aung San Suu Kyi – avrebbero dovuto appendere al chiodo armi e divise e andare in pensione. Ma così non è stato. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a fine agosto, parla di sistematiche violenze contro civili, donne e bambini in diverse zone della Birmania. Il documento – più di 400 pagine, redatte dopo quindici mesi di indagini e quasi 900 interviste – mostra una situazione praticamente identica a quando la dittatura militare era al potere. «Durante le operazioni delle truppe birmane sono stati commessi aggressioni indiscriminati, rapimenti, espropri di terreno e stupri», ha spiegato Marzuki Darusman, presidente della missione dell’Onu. «Le violenze sessuali sono state usate come parte di una strategia deliberata per intimidire, terrorizzare e punire la popolazione civile e sono state commesse come una precisa tattica di guerra», ha aggiunto.

Sud Sudan, la guerra civile che ha ucciso 50mila persone

Il Sud Sudan, lo Stato più giovane al mondo, nato nel 2011 dopo un conflitto con il Sudan durato dieci anni, è teatro di una guerra civile che, dal 2013, ha ucciso 50mila persone. E mentre sono in atto negoziati per mettere la parola fine alle violenze tra le fazioni del presidente Salva Kiir e l’ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie Dinka e Nuer, non si riesce a vedere una soluzione pacifica. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) i sud sudanesi sarebbero la terza popolazione con più profughi al mondo. La maggior parte di loro sono sparsi nei centri per rifugiati dell’Africa Orientale.

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