La battaglia per la liberazione di Raqqa dallo Stato islamico rappresenta un tassello fondamentale nella strategia di Washington per consolidare la propria presenza in Siria. Mentre il governo di Bashar al-Assad, supportato dalla Federazione Russa e dalla Repubblica Islamica dell’Iran, sta vincendo la sua guerra per cacciare dal paese i terroristi islamisti, il Pentagono guarda al Kurdistan siriano come il «cavallo di troia» per stabilizzare la propria influenza e mettere un’ipoteca su una possibile «spartizione» del paese arabo allo scopo di minare l’integrità territoriale dello stesso.

Una presenza sovradimensionata quella statunitense, che fa pensare che il fine non sia solo quello di supportare i curdi nella lotta contro il Califfato. Secondo quanto riportava nei giorni scorsi il quotidiano arabo Sharq al Awsat, gli Stati Uniti avrebbero installato ben «sette basi militari nelle zone controllate dalle forze curde sostenute da Washington, schierando in tutto 1.300 militari statunitensi». A dichiararlo è Saban Hammu, un comandante curdo siriano delle Unità di Difesa del Popolo (YPG).

Le basi militari Usa nei territori controllati dai curdi

La notizia delle basi Usa in Siria trova delle conferme anche da altre fonti. Come racconta Giordano Stabile su «La Stampa», in un’analisi ripresa anche da Dagospia, due di queste basi si troverebbero «vicino ad Hasakah, una vicino a Qamishli, due nell’ area di Al-Malekiyeh, una a Tall Abyad e infine quella di Qarah Qawzaqal. Il Centcom ha replicato che il contingente rimane limitato, anche se ha ammesso che l’Air Force ha allargato un base aerea nella Siria settentrionale per appoggiare la battaglia per la riconquista di Raqqa, in una fase decisiva».

Come racconta lo stesso quotidiano, inoltre, «le Syrian democratic forces (SDF), costituite per l’80 per cento da guerriglieri curdi, contano su 40 mila uomini. Almeno diecimila sono coinvolti nell’assalto a Raqqa e i rifornimenti di armi, munizioni, carburante sono massicci. Ma il numero delle piste di atterraggio per i C-130 sembra comunque sovradimensionato. E ancora più controversa è l’espansione militare statunitense al Sud, dove i ribelli addestrati dal Pentagono si scontrano con l’esercito governativo».

Gli Usa resteranno a lungo in Siria

Agli occhi degli osservatori più attenti, il piano strategico americano appare dunque molto chiaro. Nel mese di aprile, la Sdf annunciava che il controllo di Raqqa dopo la sconfitta di Daesh sarebbe finito nelle mani di un «consiglio civile» e non sotto il governo siriano di Bashar al-Assad. Quest’organo sarebbe sostenuto dalla presenza di oltre 3 mila soldati americani. Il generale Joseph Votel ha dichiarato che queste truppe terrestri sarebbero rimaste a Raqqa a lungo dopo la sconfitta del Califfato per aiutare «gli alleati degli americani» a stabilizzare la regione e aiutarli a stabilire «gli sforzi di mantenimento della pace di Siria». Un piano a lungo termine molto diverso da quello raccontato negli scorsi mesi.

I curdi in Siria

I curdi rappresentano meno del 10 per cento della popolazione siriana. Affascinati dalla teoria del municipalismo libertario di Murray Bookchin, basato sulla pratica della democrazia diretta per mezzo dell’istituzione di assemblee popolari in villaggi, paesi, quartieri e città, federate in una confederazione di municipalità libertarie, l’YPG – l’Unità di Difesa del Popolo – vorrebbe affermare questo esperimento utopico nei territori strappati agli islamisti, in buona parte del nord del Paese. Il modello è quello del Rojava, regione situata nel nord-est della Siria sotto il controllo dei curdi.

Tuttavia, come sottolinea l’analista geopolitico Stehen Gowans su GlobalResearch, «i guerriglieri curdi stanno collaborando con gli Stati Uniti nel tentativo di imporre una divisione della Siria in cui la popolazione curda, numericamente in minoranza, controlla una parte significativa del territorio della Siria, comprese le zone abitate in maggioranza dagli arabi». In questo piano di spartizione del Paese, i curdi siriani, oltre gli Usa, hanno altri due alleati formidabili: Israele e Arabia Saudita. Indicative le parole di un membro del Partito dell’Unità Democratica (PYD), Salih Muslim, il quale ha elogiato il ruolo dell’Arabia Saudita nella promozione della stabilità in Siria e ha accusato il regime siriano di sostenere «progetti settari e nazionali».

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