La città di Raqqa è stata liberata dallo Stato islamico e sorge ora il problema circa il suo futuro. La cittadina, un tempo culla della cultura araba oltre che di splendidi resti archeologici romani, era diventata dal 2014 la roccaforte di Daesh. La liberazione dalle barbarie condotte dall’Isis contro monumenti e popolazione dovrebbe essere dunque occasione di giubilo e festa. E invece. Ciò che rimane di Raqqa dopo l’assedio condotto dalla coalizione americana è infatti un desolante accumulo di macerie.

Raqqa è la nuova Dresda

Un membro del ministero degli Esteri russo, Adalbi Shkhagoshev, ha paragonato l’assedio di Raqqa ai bombardamenti che colpirono la città di Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale. “Quello che gli Stati Uniti hanno fatto a Raqqa merita di essere definita una barbarie politico-militare”, ha detto l’esponente politico russo. Se il giudizio di Mosca in merito potrebbe non apparire del tutto imparziale per ovvie questioni di convenienza politica, i dati reali a fine assedio sembrano confermare la versione del Cremlino.

Secondo attivisti locali, come riportato dall’Huffington Post (un giornale tutt’altro che filorusso), sarebbero state più di mille le vittime civili causate dai bombardamenti della coalizione americana. Oltre al dramma delle “civilian casualties” (nel gergo politico/mediatico occidentale le vittime civili sono infatti semplici “casualità”, “danni collaterali”) vi è poi quello dello sfollamento dell’area urbana. Raqqa prima del 2014 era abitata da 300mila persone circa, oggi ne rimangono solamente 25mila. Una vera e propria città fantasma.

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Raqqa sarà la capitale di un futuro Stato curdo 

Se questa è la pesante eredità lasciata prima da Daesh e poi dalle bombe statunitensi, la questione si fa ancor più complicata circa il futuro politico della città. La riconquista della città è stata resa possibile grazie all’azione delle SDF, Syrian Democratic Force. Truppe composte per la maggior parte da curdi siriani. Con l’aiuto dell’aviazione americana questi curdi di Siria stanno mantenendo il controllo di un’area vicina al confine settentrionale con la Turchia e la città di Raqqa rappresenta l’avamposto più a meridione di questo territorio. Scriveva Roberto Bongiorno sul Sole24Ore che “le Ypg siriane probabilmente vorranno estendere la loro zona di influenza – da oltre un anno una sorta di regione autonoma lungo il confine con la Turchia – forse fino a Raqqa”. Dietro ai curdi siriani c’è però l’ingombrante presenza americana.

La ricostruzione di Raqqa in mano ad americani e sauditi

Un fattore che potrebbe influenzare la futura ricostruzione della città. Riportava infatti la Reuters che subito dopo la caduta della città, si sarebbero incontrati a Raqqa il capo delle forze speciali americane Brett McGurk e il Ministro dell’Economia saudita Thamer al-Sabhan. Costoro, insieme a un rappresentante delle forze curde e a un esponente politico della città hanno organizzato un meeting per decidere le sorti della ricostruzione di Raqqa. Sempre sull’Huffington Post viene riportato come gli Stati Uniti abbiano già stanziato milioni di dollari per il futuro della città. In questa faccenda c’è poi un altro alone di mistero.

Gli Stati Uniti hanno infatti negato ufficialmente di “aver preso parte a discussioni” con esponenti dell’Isis per trovare un accordo per la presa di Raqqa senza spargimenti di sangue. Tuttavia un video pubblicato dalla Bbc mostra come il generale USA, Jim Glynn, abbia incontrato capi jihadisti per trovare un accordo proprio sull’evacuazione della città. Se dunque la maggior parte dei tagliagole di Daesh ha abbandonato la città senza combattere, quale ragione vi era nel trasformare Raqqa in una nuova Dresda? Forse proprio in vista della ricostruzione e del giro di dollari che questa porta. Raqqa potrebbe dunque diventare la nuova capitale di un futuro territorio curdo-sunnita, ostile a Damasco e fedele all’alleato americano. 

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