L’Italia continua a muovere le sue pedine in Libia per evitare la catastrofe. E nelle ore precedenti le dichiarazioni di Giuseppe Conte alla Camera, arriva la notizia, riportata da Repubblica, di un nuovo contatto fra gli uomini di Khalifa Haftar e il governo italiano.

Come riporta il quotidiano, i servizi segreti italiani e quelli dell’Esercito nazionale libico hanno iniziato a percorrere la rotta Roma-Bengasi per far incontrare i rispettivi emissari. Lunedì pomeriggio, un aereo Falcon è partito da Ciampino (e precisamente dall’hangar dei servizi segreti) per raggiungere la Libia. Un aereo che però è scomparso da Flightradar prima di arrivare sulle coste libiche, e che incuriosiva soprattutto per la direzione: non puntava la Tripolitania, ma si avvicinava inevitabilmente a Bengasi. Ed ecco l’ipotesi: quel Falcon è quello che utilizza Haftar e il suo entourage. E l’idea è che gli emissari libici abbiano incontrato direttamente Conte e i vertici dell’intelligence italiana per riprendere i contatti sulla campagna militare del generale su Tripoli.

E fra quegli emissari, sembra ci fosse anche lo stesso figlio di Haftar. Come ha appreso Adnkronos da fonti libiche, nella delegazione dell’Enl che ha incontrato Conte c’era anche lui: segno evidente dell’importanza del vertice romano.

La questione per l’Italia è serissima. E non è un caso che l’intelligence di Roma sia operativa su tutti i fronti, dalla Cirenaica alla Tripolitania fino ai deserti del Fezzan. La strategia italiana è stata messa in crisi dall’operazione avviata la scorsa settimana dal generale libico. Ed è opportuno rimettere le cose in ordine prima che sia troppo tardi. E già adesso sembra molto complicato che l’Italia possa di nuovo provare ad assumere quella leadership politica sulla transizione libica. La nostra presenza militare a Tripoli e a Misurata conferma la nostra linea di pieno supporto nei confronti del governo di Fayez al-Sarraj. Ma è chiaro che la campagna-lampo dell’Esercito nazionale libico abbia cambiato le carte in tavola. E il sostengo (ormai acclarato) di Emmanuel Macron non può che aver lanciato l’allarme finale.

Attualmente, il dossier Libia è in mano al generale Giovanni Caravelli. Luciano Carta, nuovo direttore dei servizi, gli ha delegato quasi tutte le operazioni sul campo mentre è lo stesso Carta a seguire i rapporti con le potenze coinvolte,. specie quelle del mondo arabo. A Tripoli, invece, l’ambasciatore Buccino ha incontrato Sarraj e sta tessendo la trama dei rapporti con il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Mentre le nostre forze militari rappresentano il collegamento strategico fra Roma e Misurata oltre che con le forze armate del governo e le milizie locali collegate al governo riconosciuto. Ma la questione non è affatto semplice, specie per come si sta comportando in queste settimane, con l’asse con il Qatar che ha inevitabilmente creato una frattura fra l’Italia e i governi che “gestiscono” Haftar: Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

L’incontro fra il governo italiano e gli emissari di Haftar è servito molto probabilmente per imporre una sorta di linea rossa che il generale libico non deve assolutamente varcare. E che riguarda in particolare lo spargimento di sangue su Tripoli. L’Italia ha già detto chiaramente di non voler contribuire a una transizione ottenuta tramite azioni unilaterali di forza. E il sostegno verso l’ovest della Libia e al governo riconosciuto è totale. Vuole garanzie sulla popolazione, sugli interessi italiani e su un guru della Libia in cui Roma non sia completamente esclusa. Ed è chiaro che l’avanzata del generale rappresenti un segnale d’allarme che nessuno a Palazzo Chigi ha lasciato inascoltato.

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