Recep Tayyip Erdogan si aspettava “progressi seri e concreti” perché il proseguimento delle ostilità non avrebbe giovato a nessuno. Il primo round dei negoziati russo-ucraini andati in scena nella sua Istanbul ha in effetti dato vita a notevoli passi in avanti. La delegazione ucraina si sarebbe detta disponibile a discutere dello status neutrale dell’Ucraina in cambio di adeguate garanzie di sicurezza nel caso in cui, in futuro, il Paese dovesse nuovamente essere minacciata. I russi avrebbero apprezzato, mollando la presa sull’eventuale ingresso di Kiev nell’Unione europea ma ribadendo un secco no all’adesione alla Nato.



Alla fine di una giornata intensa non erano arrivate promesse ufficiali o fumate bianche ma, come detto, erano emersi apparenti segnali di distensione. Sembrava addirittura di trovarsi di fronte al preludio di un possibile lieto fine quando, da Mosca, era arrivato l’ordine di una riduzione “radicale” delle attività militari nelle regioni di Kiev e Chernihiv.

Sembrava, insomma, che la cornice del quadro fosse pronta, in attesa soltanto di riempirla con la tela già pronta. Certo, restavano in sospeso alcuni nodi spinosi, come il futuro della Crimea e del Donbass e, più in generale, della questione territoriale inerente all’Ucraina, ma la sensazione era che il più fosse fatto.

Speranze già in fumo?

Con il passare delle ore è però apparso evidente come la Russia non intendesse affatto cessare il fuoco o interrompere la sua missione militare. Nella notte successiva ai negoziati di Istanbul, infatti, sono continuate a cadere bombe su Kiev mentre non si è placato l’assedio di Mariupol, praticamente in mano russa.

La situazione è apparsa più chiara quando la Federazione Russa ha fatto sapere che dai negoziati non è arrivata alcuna svolta, al netto di alcuni aspetti positivi. “La cosa positiva è che la parte ucraina, almeno quello, ha cominciare a formulare concretamente e mettere su carta ciò che propone. Per il resto c’è ancora molto lavoro da fare”, ha gelato la comunità internazionale Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino.

Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha inoltre tuonato su Crimea e Donbass, spiegando che la posizione di fondo della Russia in merito a questi territori non cambia. Lo status della Crimea non si discute” perché “la Crimea fa parte del territorio russo”, ha aggiunto Peskov.

Dubbi e incertezze

Le reazioni russe non lasciano presagire niente di buono. In più bisogna considerare un paio di aspetti meno imminenti, in primis la posizione dei Paesi che dovrebbero fare da garanti alla sicurezza dell’Ucraina.

Per quanto riguarda questo punto, il discorso è piuttosto corposo. Intanto non è chiaro quali sono i limiti entro i quali i Paesi garanti saranno chiamati a difendere Kiev; dopo di che non è ancora stata fatta luce sulle modalità d’intervento. Il vicepremier britannico Dominic Raab, ad esempio, si è mostrato piuttosto cauto sull’eventualità che il Regno Unito possa diventare un Paese garante della neutralità, e quindi della sicurezza dell’Ucraina. “Dipenderebbe da cosa esattamente comporta – ha sottolineato – siamo stati molto chiari sul fatto che non vogliamo impegnarci in uno scontro militare diretto con la Russia.

Già, perché a quel punto una minima scintilla potrebbe davvero generare una guerra a tutto campo, con i garanti che sarebbero chiamati a fare la loro parte in prima fila, e non più dalle retrovie inviando armi e aiuti umanitari.

Permangono, inoltre, incertezze sulla doppia “bollinatura” presumibilmente richiesta – una interna all’Ucraina e una da parte di ciascun parlamento dei Paesi garanti – per acconsentire le garanzie di sicurezza ucraine. I Paesi garanti saranno disposti seriamente ad impegnarsi per il futuro di Kiev?

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