Guerra /

Il discorso in grande spolvero da parte di Vladimir Putin per l’ufficializzazione delle annessioni territoriali va esaminato con attenzione, edulcorandolo da lustrini e paillette con le quali è stato imbellettato, come ad esempio la diretta sulla piazza Rossa attraverso i maxischermi. Ma, soprattutto, va spogliato dalla retorica, che è andata indietro fino a Hiroshima e Nagasaki, passando addirittura per il genitore 1 e genitore 2 e le teorie gender, per poi finire alla filippica antioccidentale. Non ha, ovviamente, risparmiato, il riferimento ai sabotaggi al Nord Stream, a suo dire a firma anglossassone.

Le parole di Putin

Quello che più conta, nella cerimonia odierna, è quel “non vogliamo un ritorno all’Urss” con ennesimo riferimento malevolo all’operato di Gorbaciov, ma soprattutto quel “Kiev rispetti la volontà popolare, cessi il fuoco e torni al tavolo del negoziato, noi siamo pronti“. “Noi siamo pronti” è una frase importante, che non era mai apparsa nella retorica putiniana nella quale torna il discorso sui negoziati. Un ritorno al dialogo in cui però l’aggredito dovrebbe arrendersi per primo: quello che la logica e il diritto internazionale non comprendono e accettano, deve essere però valutato nell’ottica di Putin. E per il comandante in capo di questa “operazione militare speciale”, anche solo aver pronunciato quelle parole è segno di una rivoluzione copernicana nella conduzione della guerra, che segna uno spartiacque da qui in poi.

Putin e i suoi fedelissimi sono circondati da nemici: l’Occidente, i falchi della guerra, le resistenze interne al Paese che iniziano a venire fuori in forma di fuga, sabotaggi, manifestazioni. E poi un vagone di Paesi asiatici che di certo non lo ha accolto a braccia aperte a Samarcanda. Tutte queste spinte si traducono in una risultante che ha la forma di una tenaglia, politica e militare (e forse anche morale), che preme sul Cremlino e dalla quale Mosca deve divincolarsi per uscirne con un minimo di onore.

Putin ha vinto o perso?

Putin ha vinto? In parte. Ha coronato il sogno del Donbass e di creare un abbondante cuscinetto territoriale infarcito di pretesti etnici, linguistici e-nella sua logica-storici. Sta creando le premesse affinché, pur avendo sottratto queste aree in barba al diritto internazionale, nessuno in Occidente possa sognarsi di contrattaccare nelle zone annesse, pena l’aggressione nucleare. Sta creando i presupposti affinché Zelensky sia spinto ad abdicare a questi territori e possibilmente subire l’onta di dichiarare il cessate-il-fuoco per primo.

Putin ha perso? Anche. Pensare che l’aggressione iniziata nel febbraio scorso fosse volta a sparare 100 per avere 10 (cioè il Donbass) sarebbe da ingenui. Nei piani di Mosca prendere l’Ucraina e rovesciarne il regime era un obiettivo reale e primario. Non è riuscito, inaspettatamente: a questo hanno concorso la resistenza interna, il sostegno militare indiretto della Nato, i problemi del sistema militare russo. Adesso, però, securizzata l’area realmente conquistata, Putin e il suo cerchio magico sanno bene che oltre non si potrà andare. Prendere Kiev è impensabile con un esercito allo sbaraglio e i mobilitati in fuga. Riprovarci nell’immediato futuro? Sarebbe la Terza Guerra Mondiale. E forse prende piede l’ipotesi, paventata da molti giorni fa, che la mobilitazione parziale realmente serva a creare il cordone di sicurezza attorno agli (e negli) oblast conquistati. E Odessa? Difficile immaginarlo. Un obiettivo strategico, che si allontana, e che rappresenterebbe l’estremo pericolo del contatto reale e diretto tra Nato e Russia.

Le difficoltà di Mosca

Putin forse teme più la Russia stessa che la Nato. Come a tutti noi, le immagini di un Paese diviso giungono anche al Cremlino. Così come le pressioni dei falchi della guerra, scontenti dell’andamento del conflitto e, forse, anche di questo “magro risultato” che ha persino suscitato una lavata di testa da parte di uno come Kadyrov. Quest’ultimo è però la stessa persona che oggi, alle parole “La verità è dalla nostra parte, la Russia è con noi”, ha preso parte alla standing ovation, scoppiando in lacrime, tanto per aggiungere altra schizofrenia ai rapporti tra Putin e i suoi accoliti.

La sala di San Giorgio gremita, alla quale mancava solo Kirill, il padre spirituale di questa crociata al quale il Covid ha teso uno sgambetto, ha raccolto l’élite politica russa in grisaglia. Ma questa, più che al cospetto di Putin, sembrava adunata per esaminarlo: lo show del presidente è parso una lunga recita, volta a convincerli che tutto sta andando secondo i piani e che gli obiettivi prefissati sono stati raggiunti. Ma è una vittoria limitata: lo sa Putin, così come tutta quell’adunanza.

Se la de-escalation abbia inizio qui saranno le prossime ore a dirlo: di certo, il doppio binario perseguito da Mosca nelle ultime settimane fa pensare molto. Adesso, ironia del destino, la condizioni imposte da Putin mettono al 50% nelle mani dell’aggredito, e dell’Occidente suo chaperon, l’inizio di questa nuova fase. Lo scontro sarà epocale: tra diritto e strategia, tra giustizia e realismo. Ma una nuova fase avrà inizio anche per Vladimir Putin, in casa. E questa sarà una guerra nella guerra.

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