Per il viceammiraglio Jon Hill, nuovo direttore dell’agenzia di difesa missilistica (Mda, Missile Defense Agency) degli Stati Uniti, le priorità per il prossimo futuro sono la modernizzazione dell’approccio strategico, il miglioramento della lotta alle minacce di nuova generazione come i missili ipersonici, lo sviluppo di sensori spaziali e la protezione dai missili balistici. Per giungere a ciò Hill, intervistato da Defense News, ha sottolineato il bisogno di rivedere tutti i programmi in atto per razionalizzare al meglio gli investimenti, focalizzandoli sulle effettive necessità per la difesa missilistica degli Stati Uniti. Tra queste vi sono la messa in servizio del RIM-161 SM-3 Block IIA e il miglioramento delle capacità radar e missilistiche del Thaad (Terminal High Altitude Area Defense). L’altra sfida cruciale per il futuro è lo sviluppo di sensori spaziali che possano individuare e intercettare ogni potenziale lancio di missili balistici, ma per far questo Hill ha rimarcato la necessità di collaborare attivamente con l’agenzia per lo sviluppo spaziale (Space Development Agency, Sda), istituita recentemente in seno al Pentagono e posta sotto la guida di Michael Griffin, anche sottosegretario alla Difesa per la ricerca e l’ingegneria. Hill e Griffin avranno il compito di convincere il Segretario alla Difesa e, soprattutto, il Congresso sulla necessità di stanziare ingenti fondi per sviluppare dei satelliti che possano tracciare i missili balistici già dalla fase di lancio, dando così modo ai sistemi difensivi navali e terrestri di intervenire in tempo per sventare la minaccia. L’obiettivo del nuovo direttore dell’Mda è di mettere in orbita un satellite con queste capacità il prima possibile per dimostrarne l’efficacia. Uno step necessario per arrivare a creare una costellazione di sonde che garantiscano la sicurezza quasi totale degli Stati Uniti, e di conseguenza dei Paesi alleati, da ogni minaccia, tra cui quella portata dai missili ipersonici.

Il principale obiettivo: i sensori spaziali

L’idea del viceammiraglio Hill è di unire le necessità difensive degli Stati Uniti alle otto priorità per lo spazio indicate, il 1 luglio, dalla nascente Sda. Tra queste, ovviamente, vi sono la creazione di una serie di sensori per il rilevamento e per il tracciamento di ogni tipologia di minaccia, con l’obiettivo di assicurare la difesa a 360° del territorio e degli interessi statunitensi. Questo per il nuovo direttore dell’agenzia di difesa missilistica sarà cruciale, anche perché agli standard attuali è impossibile intercettare in tempo un missile che viaggia a velocità ipersoniche. L’alternativa sarebbe quella di sviluppare e realizzare dei radar terrestri molto potenti, ma ciò comporterebbe sia la costruzione di impianti di grandi dimensioni sia l’emissione di onde ad altissima frequenza dannose per gli esseri umani. Soprattutto per questo motivo lo spazio sarà la futura “frontiera” della difesa missilistica degli Stati Uniti che così potrebbero ridurre le emissioni di onde radar nell’atmosfera terrestre, “liberando” al tempo stesso zone a terra e sulle navi dove dispiegare nuovi missili. I sensori spaziali da soli non potranno far molto, ma la richiesta futura di investimenti riguarderà anche lo sviluppo di nuovi missili e il miglioramento dei sistemi di controllo di fuoco, capaci di rispondere in maniera più veloce a una minaccia che viaggia a velocità maggiori di Mach 5, ovvero cinque volte la velocità di propagazione del suono. L’idea, ovviamente, è quella di continuare ad assicurare la deterrenza nucleare, rispondendo appieno ai requisiti posti dall’ultima Missile Defense Review pubblicata dal Pentagono nella quale viene sottolineata la necessità di sviluppare sistemi di difesa di nuova generazione che possano prevenire ogni potenziale minaccia.

I missili RIM-161 SM-3 Block IIA

Per questo motivo non ci sarà solamente lo sforzo e la necessità di mettere in orbita una costellazione di satelliti per il rilevamento di missili balistici, perché l’obiettivo rimarrà anche quello di migliorare le attuali capacità di difesa incentrate sul Thaad e sull’Aegis Ashore. Il principale oggetto di sviluppo saranno i RIM-161 SM-3 Block IIA, per i quali è previsto un nuovo test nel corso del 2020, che seguirà quello riuscito lo scorso ottobre. Il prodotto di Raytheon, che nello sviluppo dell’ultima versione ha collaborato con la giapponese Mitsubishi Heavy Industries, quando diventerà operativo permetterà al sistema Aegis navale e all’Ashore terrestre di intercettare e distruggere minacce ad altissima quota. Ciò sarà possibile soprattutto al nuovo motore del secondo stadio che incrementerà l’autonomia e la spinta in fase di avvicinamento al bersaglio. Non solo però, perché la versione IIA del RIM-161 SM-3 avrà una testata con una maggiore manovrabile e sarà assistito dal nuovo sistema di puntamento a infrarossi, che garantirà una maggiore capacità di individuare il bersaglio. Il test del prossimo anno sarà cruciale per assicurare lo stanziamento di nuovi fondi da parte del Congresso, necessari per proseguire lo sviluppo del RIM-161 SM-3 Block IIA che nel prossimo futuro dovrebbe essere dispiegato prima sui 5 incrociatori lanciamissili classe Ticonderoga e sui 25 cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke equipaggiati con i radar di difesa antimissile, e in seguito sulle postazioni Ashore in Romania e in Giappone.

Gli aggiornamenti del Thaad

L’altro capitolo di investimento saranno i radar e i missili del sistema Thaad di Lockheed Martin. Per il sistema di difesa d’area terminale sarà cruciale far sì che possa essere impiegato per la sorveglianza terrestre di un’ampia area, riuscendo a intercettare e a colpire non solo Srbm (missile balistico a corto raggio), Mrbm (missile balistico a medio raggio) e Irbm (missile balistico a raggio intermedio), ma anche gli Icbm prima dell’inizio della fase di rientro della testata atomica o convenzionale. L’obiettivo del nuovo direttore dell’agenzia di difesa missilistica è quello di far sì che possano essere stanziati fondi per modernizzare il radar AN/TPY-2, estendendone il raggio di individuazione e tracciamento di ogni tipologia di missile balistico nella fase di lancio o di volo. Una soluzione che potrebbe garantire al Thaad una maggiore possibilità operativa. Saranno questi i primi passi necessari per aumentare le capacità difensive degli Stati Uniti, a cui dovrà seguire lo sviluppo di sensori spaziali per rilevare anche vettori che viaggiano a velocità ipersoniche, sui quali hanno investito in modo ingente la Cina e la Russia “minacciando” di far decadere il principio strategico basato sulla deterrenza nucleare.

Il test del missile cruise a raggio intermedio

Nel futuro dei sistemi missilistici statunitensi non ci saranno solamente strumenti difensivi, perché il Pentagono ha annunciato di aver condotto lo scorso 18 agosto il primo test di un missile terrestre da crociera a raggio intermedio. Una conseguenza questa della cessazione del Trattato Inf che vietava lo sviluppo e l’impiego degli Irbm (missili balistici a raggio intermedio), arrivata dopo che il presidente Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo bilaterale siglato nel 1987 con l’Unione Sovietica, accusando la Russia di averlo violato con lo sviluppo e il dispiegamento del missile 9M729 Novator. Difficilmente sarà un test estemporaneo e il programma statunitense proseguirà quasi sicuramente nei prossimi anni. Ciò che fa immaginarlo è il fatto che il lancio del missile sia avvenuto utilizzando il lanciatore Mark 41, ovvero quello impiegato dall’Aegis Ashore e che potrebbe far immaginare a una sua riconversione anche in sistema offensivo. Già Mosca aveva accusato gli Stati Uniti di violare il Trattato Inf nel momento in cui è stato dispiegato il sistema di difesa missilistico in Polonia e in Romania, sospettando che in futuro potesse essere utilizzato per lanciare missili da crociera o balistici a raggio intermedio. Sospetti e timori al momento infondati, ma che potrebbero diventare reali qualora nei prossimi test del vettore venissero utilizzati sempre i lanciatori Mark 41.

Un tema chiave nei dibattiti politici futuri?

Da verificare sarà quanto gli Stati Uniti reputano effettivamente necessario continuare a sviluppare un missile capace di colpire bersagli posti a distanze comprese tra i 500 e i 3500 km. Lo scoglio principale è rappresentato dalla politica dal momento che la Camera dei Rappresentanti, a guida democratica, ha negato l’aumento dei fondi per lo sviluppo di questi sistemi d’arma, vincolando il via libera a una spiegazione dettagliata riguardo alla necessità di destinare 96 milioni di dollari per la ricerca e sviluppo degli Irbm. Un dibattito, probabilmente, destinato a durare a lungo e che sarà caratterizzato dalla difficoltà di far coincidere le esigenze strategiche delle Forze Armate statunitensi con la volontà politica di non intraprendere una nuova corsa agli armamenti, dannosa per l’economia e minacciosa per la pace mondiale. Probabilmente il tema non sarà oggetto della prossima campagna elettorale per le presidenziali del 2020, ma quasi certamente lo stanziamento di fondi per lo sviluppo di Irbm sarà un punto cardine per il futuro inquilino della Casa Bianca. Il motivo è racchiuso nel fatto che i missili a raggio intermedio assicurerebbero teoricamente, almeno in Europa, una maggiore deterrenza teorica contro eventuali attacchi da parte della Russia.

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