Nel Donbass anche in questo sabato sono proseguiti gli scambi di colpi di artiglieria da entrambe le parti della linea di contatto. Gli scontri che vedono contrapposti esercito ucraino e separatisti filorussi, sono purtroppo una costante in questa regione dal 2014. Tuttavia da giovedì scorso la situazione si è fatta molto più critica, con gli attori sul campo che si accusano a vicenda per le violazioni del cessate il fuoco. Il tutto mentre la diplomazia prova ancora a tessere le fila di un dossier sempre più difficile da gestire.

Kiev: “Morto un altro nostro soldato”

Gli scontri nelle regioni russofone hanno provocato vittime. Non si conoscono i dati sul fronte separatista. Sia a Donetsk che a Lugansk, le capitali delle due repubbliche autoproclamate, si è parlato tra giovedì e venerdì di civili e combattenti coinvolti dagli scontri. Tanto che entrambi i governi separatisti hanno ordinato l’evacuazione delle fasce più fragili della popolazione e a Donetsk per diverse ore hanno risuonato le sirene di allarme aereo. Dati precisi sul numero di feriti e vittime però non ne sono stati forniti. Da Kiev invece il governo ucraino ha lamentato la perdita di un altro proprio soldato. Si tratterebbe, come specificato dal ministero della Difesa, di un militare impiegato a ridosso della linea di contatto raggiunto dalle schegge di un ordigno sparato dalle linee separatiste. Sono saliti così a due i soldati deceduti nel Donbass dall’inizio della nuova escalation.

La situazione non è delle migliori e non sembrano esserci spiragli per giungere a un nuovo cessate il fuoco, almeno per il momento. I separatisti hanno accusato l’esercito ucraino di aver bersagliato anche obiettivi civili, tanto da aver costretto le autorità di Donetsk a chiudere la ferrovia verso Lugansk nella giornata di venerdì. Dall’altro lato della barricata invece, le autorità militari ucraine hanno registrato alcuni bombardamenti diretti versi la periferia dell’importante portuale città di Mariupol nelle prime ore di questo sabato. Nel pomeriggio invece, come documentato dall’inviato di Repubblica, un intenso fuoco di artiglieria ha preso di mira le postazioni ucraine durante la visita del ministro dell’Interno, Denys Monastyrskiy.

Lo staff Nato lascia Kiev

Prosegue intanto la fuga del corpo diplomatico dalla capitale ucraina. Buona parte delle ambasciate occidentali, a partire da quella statunitense, sono state spostate a Leopoli. La città, la più occidentale tra i grandi centri ucraini e dove i filo occidentali hanno maggior peso politico, offrirebbe maggior sicurezza rispetto a Kiev. Dalla capitale nelle prossime ore partiranno anche i dipendenti e i diplomatici della Nato. Lo hanno fatto sapere i portavoce dell’Alleanza Atlantica da Bruxelles: “La sicurezza del nostro personale è importante, abbiamo trasferito lo staff a Leopoli e Bruxelles”, si legge nelle loro dichiarazioni. La Nato a Kiev ha diversi uffici e una rappresentanza diplomatica tra le più grandi in un Paese non organico all’Alleanza.

Tutto questo mentre, contemporaneamente, da Monaco di Baviera il presidente ucraino Zelensky ha chiesto proprio ai vertici della Nato tempistiche certe sull’ingresso del suo Paese. Nel capoluogo bavarese il capo dello Stato sta partecipando al forum sulla sicurezza. Le sue dichiarazioni, oltre a non far intendere un suo passo indietro dalla volontà di aderire alla Nato, appaiono quasi un monito diretto all’Alleanza per evitare che l’Ucraina possa essere del tutto abbandonata dal corpo diplomatico. Da Monaco inoltre, il presidente Zelensky ha chiesto un incontro con Putin: “Non so cosa voglia – ha dichiarato – per questo gli propongo di incontrarci”.

G7: “Prosegua il dialogo, ma valuteremo Russia dai fatti”

A margine della riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Monaco, i rappresentanti della diplomazia delle principali potenze mondiali hanno emesso una nota dedicata alla crisi in Ucraina. I ministri del G7, in particolare, hanno da un lato puntato il dito contro Mosca per le recenti escalation ma, al tempo stesso, hanno espresso l’intenzione di proseguire con la via del dialogo: “Esprimiamo la preoccupazione per il dispiegamento di truppe russe in Ucraina, nella Crimea annessa illegalmente e in Bielorussia – si legge nella nota – Questa concentrazione di forze è ingiustificata e  costituisce la più grande mobilitazione nel continente europeo dalla fine della Guerra Fredda. In questo modo, Mosca sta ponendo una sfida alla sicurezza globale e all’ordine internazionale”.

Per questo al Cremlino sono state chieste azioni volte a imprimere una certa distensione sul dossier ucraino: “Occorre ritirare in misura sostanziale le forze dai confini dell’Ucraina – prosegue ancora la nota – e rispettare pienamente gli impegni internazionali, compresa la riduzione del rischio e la trasparenza nelle attività militari”. Sarebbero questi, per i ministri del G7, i passi necessari per intraprendere la via del dialogo, ritenuta ancora aperta e possibile. Un dialogo che, tra le altre cose, dovrebbe partire sulla base degli accordi di Minsk del 2014. Ma, prima di ogni cosa, per il G7 occorre valutare Mosca in base ai suoi comportamenti: “Valuteremo la Russia – conclude il documento – in base ai fatti”.

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