Ci sono 300 soldati italiani, bloccati a Misurata tra le truppe in avanzamento del generale Haftar e lo sbarco dell’esercito turco, che mettendo gli “scarponi a terra” diventa un nuovo player straniero nello scacchiare della durevole e sempre più complessa crisi libica.

I soldati del generale Haftar avanzano velocemente a bordo dei loro suv blindati; conquistano Sirte in solo tre ore, e ora sono pronti a lanciare la loro offensiva in Tripolitania, dove sono dislocati anche 300 militari del nostro esercito. Impegnati in una missione sanitaria (Missione Miasit), e che in attesa di ordini che potrebbe giungere al termine del vertice d’emergenza che si terrà proprio oggi a Bruxelles, rimangono al loro posto. Il rischio è quanto meno quello di dover mettere mano alle armi, auspicando che non ci sia da “sparare”. Che tutto accada senza costringerli a svolgere compiti lontani dalla loro missione.

Il ritiro completo e immediato dei quasi 300 uomini del personale militare sanitario inviato nel 2018 per svolgere: “Compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto e mentoring; fornire su supporto logistico generale; e condurre (ove necessario, ndr) rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari”, seppur accompagnati da un “team di ricognizione e per comando e controllo”, non sarebbe altro che l’ennesima dimostrazione di come il nostro Paese – che un tempo svolgeva il ruolo chiave di “mediatore” nel territorio libico – non ha più alcun peso e alcuna possibilità di mantenere le proprie posizioni di fronte al futuro delle ingerenze che si prospettano in Libia. L’uomo forte di Bengasi, il generale Khalifa Haftar, sembra infatti voler schierare le truppe il più saldamente e strategicamente possibile, prima dell’arrivo dei soldati di Erdogan, che insieme agli “specialisti” inviati dal Cremlino, sembrano essere pronte a prendere parte a questa partita sempre più complessa.

Secondo gli ultimi report, il forze armate del Governo di accordo nazionale libico, fedeli al presidente Fayez al-Sarraj, continuano a perdere terreno ovunque sulle linee; mentre l’Esercito nazionale libico di Haftar, ha già ottenuto il controllo di uno dei quartieri chiave dell’area sud-orientale di Sirte. Occupando la base aerea di Qardabiya, e cacciando le milizie del comandate Ahmeed Maiteeq, vice premier del governo di Tripoli, uomo forte di Misurata e fondamentale interlocutore diplomatico (e per l’intelligence) dei vertiti politico-militari di Roma. Tra le forze di Haftar e il nostro continente sanitario c’erano solo loro: ora ci sono  200 chilometri di deserto. E Misurata, dove sono posizionati nostri, rischia di essere accerchiata in breve tempo, rimanendo schiacciata tra le truppe meccanizzate di Haftar e il soldati del Sultano interessato alle risorse libiche, che punteranno ad impossessarsi dell’aeroporto di Misurata. Così, con la ritirata di Maiteeq, la coperture politica dei nostri soldati rischiano di saltare, e l’unica soluzione potrebbe essere quella di abbandonare il campo nonostante la missione sotto la protezione dell’Onu.

Fino alla scorsa settimana, il nuovo ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva dichiarato che non vi era nessun disimpegno dei nostri contingenti impegnati all’estero. Ma ora le cose sembrano essere cambiate, e di molto. Così come avviene in queste ore per i nostri soldati impegnati in Iraq e Kuwait – che vanno messi al sicuro da eventuali escalation nel Golfo tra Stati Uniti e Iran – c’è da preoccuparsi del personale militare sanitario e dei nostri uomini d’intelligence che non possono essere abbandonati tra due fuochi in Libia. Ed è indubbio che il nostro governo non voglia trovarsi immischiato in operazioni di guerra senza avere nessun reale elemento di deterrenza in loco: nonostante, e fino a prova contraria, le truppe inviate da Ankara debbano ancora ascoltare ciò che dice la Nato. E quindi non rappresentare un rischio.

Da quanto si evince, tuttavia, l’esfiltrazione dell’intero contingente sembrerebbe la scelta più saggia e meno complessa, ma equivarrebbe ad una ritirata politica da un Paese dove tutti vorrebbero appuntare la loro bandiera come “simbolo d’influenza”. Un Paese che giace nel caos dal rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi e dall’incapacità del governo di Tripoli di imporre il suo predominio sulla frammentazione di milizie e tribù che affollano Cirenaica e Fezzan. Nessuno infatti crede che nelle prossime ore il governo Conte impartirà le regole d’ingaggio ai nostri militari dislocati a Misurata, o invierà sul posto gli incursori sugli elicotteri d’assalto per presidiare il perimetro. Quelle sono scelte da Donald Trump, e non sono viste di buon occhio nemmeno negli Stati Uniti: un Paese che sembra non saper stare distante dalla guerra.

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