Prima prova a fare asse con Donald Trump per avere il controllo della transizione della Libia. Poi, dopo che il presidente degli Stati Uniti chiama Khalifa Haftar e e di fatto assegna al generale della Cirenaica un ruolo più che importante nel caos libico, arriva un nuovo cambio di rotta: la richiesta di aiuto a Vladimir Putin. Prima parla di aggressione di Haftar contro Tripoli; poi dice che non sostiene né Fayez al-Sarraj né il generale ma solo il “popolo libico”. E infine, prima riallaccia i rapporti con gli Emirati e l’Egitto e dopo, nel caos dell’escalation, blinda l’asse con il nemico giurato di Abu Dhabi: il Qatar.

Quella di Giuseppe Conte inizia a essere una strategia a dir poco confusa. E le dichiarazioni di queste ultime settimane non sembrano che confermare un pericoloso trend del nostro governo che, costretto più dagli eventi che dalle idee, mostra alcuni pericolosi cambi di direzione che, adesso, appaiono decisamente poco utili alla causa.

La strategia italiana in Libia è stata, molto probabilmente, un errore sin dal principio. Sostenere esclusivamente Tripoli era certo utile ai nostri interessi, visto che è a ovest che abbiamo i nostri terminali di gas e petrolio e di certo avevamo molto meno peso in Cirenaica. Ma sostenere un governo che, di fatto, non controlla neanche la periferia della sua capitale (e che per mesi ha governato praticamente da una nave) non è certo stata una mossa scaltra. La scelta migliore sarebbe stata quella di rimanere a dialogare con tutte le fazioni in maniera netta sin dal principio, come hanno fatto tutti gli attori in campo, dalla Russia agli Stati Uniti. Invece, abbiamo scelto da subito un fronte senza probabilmente fare i conti con i poteri che sostenevano l’est del Paese.

Poi la nostra strategia è iniziata a essere decisamente basculante. È passata da Tripoli al dialogo con Bengasi, dalla chiusura del consolato in Cirenaica fino alla possibile riapertura (è notizia di queste ore come riportato da Il Corriere della Sera), dalla condanna ad Haftar al tappeto rosso disteso a Palermo, per poi ricondannare il generale e ora tornare a parlare di rapporti con tutti.

Insomma, l’idea è che l’Italia adesso non sappia esattamente cosa voglia fare in Libia. Ed è forse questo il vero grande errore commesso da Roma. Perché un conto è il dialogo con tutti a priori: un conto è cambiare idea a seconda di come la diplomazia internazionale decide di muoversi. E l’impressione è che ora, proprio per questa nostra politica fumosa (che non è quella tradizionale del doppio forno, quanto quella dell’incertezza), ci troviamo a dover cambiare nuovamente idea. Con il rischio però che in Libia il nostro peso sia sempre inferiore. Perché è chiaro che, prima o poi, arriverà il momento in cui non saremo più credibili di fronte agli occhi delle diverse fazioni, ad eccezioni forse della città-Stato di Misurata dove i nostri militari di Miasit continuano a rimanere nelle loro posizioni. E qualcosa si paga in termini di affidabilità.

Sotto questo profilo, le ultime dichiarazioni in arrivo da Tripoli non sono certo rassicuranti. Sarraj accusa apertamente Palazzo Chigi di aver cambiato idea sulla Libia dandoci, in pratica, dei voltafaccia. E nello stesso tempo, nonostante i nostri Falcon dei servizi segreti continuano a volare fra Roma e Bengasi, Haftar non sembra particolarmente interessato a ricomporre l’asse con il nostro Paese, chiedendo apertamente ai militari italiani di abbandonare l’ospedale da campo di Misurata. Insomma, se le cose non cambiano, sembra abbastanza chiaro che l’Italia comincia a essere osteggiata da tutti. E questo, per Palazzo Chigi, è un problema di non poco conto. Potevamo avere il controllo della transizione del Paese dal caos della guerra: ma rischiamo di esserne inghiottiti e ricattati.

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