È il 4 aprile quando primi movimenti di soldati vicini ad Haftar vengono notati a Garian,strategica cittadina a circa 150 km a sud di Tripoli la quale risulta essere vera e propria chiave di accesso per l’intera regione della capitale libica. Da quel momento, è guerra: Haftar ed Al Sarraj, seduti attorno uno stesso tavolo appena un mese prima ad Abu Dhabi, tornano a scontrarsi con le rispettive milizie all’interno dei campi di battaglia. Due sono gli elementi più importanti che è possibile cogliere in queste due settimane di guerra: lo stallo militare da un lato, le incognite future dall’altro.

La battaglia in una fase di stallo

Quando Haftar avanza con il suo esercito, si pensa ad una sorta di cavalcata trionfale verso Tripoli da parte del generale. Da più parti si scommette ad uno scenario molto simile a quello vissuto già poche settimane prima nel Fezzan, quando le truppe di Haftar avanzano in tutta la regione meridionale della Libia sparando pochi colpi. In realtà la situazione appare ad oggi ben diversa da quelle prime sensazioni: già 48 ore dopo l’inizio dell’avanzata, l’esercito guidato dal generale uomo forte della Cirenaica è a 11 km dal centro di Tripoli. Ma è proprio da allora che qualcosa per Haftar inizia ad andare storto: nonostante l’appoggio saudita, che vuol dire anche liquidità in mano per armare ulteriormente i propri uomini e pagare le tribù tripoline per stare dalla propria parte, la resistenza all’Lna appare importante. Ad attuarla sono le milizie fedeli al governo guidato da Al Sarraj: si tratta di una serie di gruppi e sottogruppi eterogenei per provenienza politica (molti fanno fede all’Islam politico ed all’islamismo) e geografica visto che molte fazioni provengono da Misurata.

Si crea un fronte a circa 25 km a sud di Tripoli, che da più di dieci giorni costituisce il limite estremo del conflitto. Si combatte, in particolare, attorno all’aeroporto internazionale situato nei pressi di Qasr Bin Ghashir, così come nelle cittadine di Azizia ed Ain Zara. Una guerra a tutti gli effetti, dove si utilizza anche l’aviazione da ambo le parti: sia Al Sarraj che Haftar usano alcuni aerei per bombardare i rivali. Tutto si arena in questa lunga linea del fronte, il cui confronto sempre più aspro provoca vittime tra i civili. L’ultimo bilancio reso noto da un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 220 morti, tra cui anche donne e bambini.

Molti gli sfollati, migliaia le persone che sono costrette a lasciare le proprie case. A Tripoli la situazione appare tesa, ma al momento in centro non ci sono combattimenti. L’unico quartiere della capitale coinvolto è quello di Abu Salim, poco a sud dalla Second Ring Highway, raggiunto da razzi nei giorni scorsi che provocano la morte anche di un’intera famiglia. Il conflitto è in una fase di stallo: le forze di Al Sarraj hanno al momento la possibilità di tenere le posizioni nella linea del fronte a sud di Tripoli, quelle di Haftar non riescono ad avanzare. Un muro contro muro che pone numerose incognite in vista dei prossimi giorni.

Le incognite sul futuro

Adesso si aprono due scenari: Haftar prova a prendere Tripoli con la forza, effettuando un ultimo tentativo di sfondare il fronte meridionale oppure, dall’altro lato, il generale preso atto dello stallo militare e sotto la pressione internazionale accetta di tornare al tavolo dei negoziati. Quest’ultimo caso sarebbe interpretabile per Haftar come una parziale sconfitta: non riuscire a prendere con il suo esercito la capitale, ridimensiona le sue velleità di essere unico attore in grado di riunificare la Libia. Ecco perchè è possibile un aumento dell’intensità dei combattimenti, con Haftar che a questo punto grazie ai rinforzi provenienti dal sud e dall’est del paese cercherebbe di forzare ulteriormente la mano.

Anche perchè, a causa dell’elevato numero di vittime e di una battaglia che sul campo lascia macerie e distruzione, è difficile trovare punti di intesa diretti tra le parti. Per il governo di Al Sarraj oramai Haftar è ufficialmente un criminale di guerra ricercato, non più un interlocutore. Così come, dall’altro lato, per il generale le milizie a fianco del premier di Tripoli sono appartenenti alla Fratellanza Musulmana e sono formate da terroristi contro cui dover soltanto combattere. Dunque il rischio è che allo stallo militare segua anche quello politico. A livello internazionale si preme per il cessate il fuoco, la recente telefonata di Trump ad Haftarconferma questa impostazione, ma le prospettive appaiono tutt’altro che rosee. Forse proprio un riconoscimento al generale del suo ruolo come forza anti terrorismo, come palesato dal presidente Usa, potrebbe aprire qualche spiraglio. Ma quella libica appare una matassa sempre ingarbugliata: la battaglia iniziata lo scorso 4 aprile, oramai assume contorni da conflitto generale e generalizzato difficile da bloccare in pochi giorni.

Haftar schiera anche una milizia salafita

Che il generale voglia comunque provare un’ultima sortita, lo dimostrerebbero i rinforzi che sarebbero già arrivati nell’area strategica di Garian, lì da dove tutto è partito lo scorso 4 aprile. In particolare, in questa zona montuosa che costituisce oramai l’avamposto più arretrato dell’avanzata dell’Lna, Haftar avrebbe richiamato la brigata “Subul Assalam“. Si tratta di una milizia salafita, attiva già nel sud della Cirenaica da diversi anni, che già dal 2016 appare schierata con Haftar. Tre anni fa ad allontanare ribelli sudanesi penetrati in Libia dai confini meridionali, sono proprio gli uomini della Subul Assalam. Il loro legame con Haftar è anche di natura ideologica: come già detto in passato, il generale appartiene al ramo salafita deimadkhaliti, attivo in Libia già durante l’era di Gheddafi. Si tratta di un ramo sunnita – salafita che, tra le altre cose, appare molto legato all’Arabia Saudita.

L’arrivo a Garian dei Subul Assalam, conferma la volontà di Haftar di rinforzare il suo contingente in Tripolitania. Ed intanto alcuni suoi ufficiali si lanciano in previsioni molto ottimistiche: “Entro la fine del Ramadan saremo a Tripoli” dichiara alla stampa locale Fouzi al Mansuri, uno dei fedelissimi del generale. La fine del Ramadan quest’anno cade il 5 maggio.

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