La guerra in Libia procede anche a colpi di annunci e smentite: già dal 4 aprile scorso, dal giorno in cui cioè il generale Khalifa Haftar intraprende l’offensiva volta a conquistare Tripoli, si succedono notizie su tutti i fronti e da tutti i lati delle barricate. Tra propaganda volta ad indebolire la reputazione degli avversari o quella che ha come obiettivo il rafforzamento della propria immagine, sia da Tripoli che da Bengasi la guerra mediatica appare intensa tanto quanto quella sul campo di battaglia (che, purtroppo, continua senza sosta). L’ultima notizia che suscita clamore riguarda le sorti degli uffici della banca centrale di Tripoli.

Le voci sullo spostamento a Misurata

La Libia, così frammentata e contraddistinta dalla mancanza di istituzioni unitarie, ha al suo interno tra le altre cose anche due distinte banche centrali. Una a Tripoli, a cui fa riferimento il governo di Al Sarraj, e l’altra invece ad Al Beyda, lì dove si trova l’esecutivo provvisorio guidato dal premier Al Thani non riconosciuto dalla comunità internazionale ma appoggiato dal parlamento di Tobruck, di cui Haftar è il braccio politico. Il ruolo di entrambe le banche centrali è più che mai fondamentale nella Libia di oggi: sono gli unici motori di un’economia per ovvi motivi decisamente ristagnata a causa di otto anni di totale caos. Ma tra le due banche centrali sorge una differenza non certo di secondo piano: quella di Tripoli incassa gran parte dei proventi del petrolio e delle attività della Noc ed ha, al suo interno, importanti riserve. Si può immaginare come quell’ente che in qualche modo gestisce il “tesoretto” di cui la Tripolitania dispone e che consente di mantenere a galla la fragile economia e l’ancor più fragile governo.

Quella di Al Beyda invece, incassa molto meno e stampa moneta in Russia. La liquidità disponibile è sempre più ridotta, una delle possibili cause della guerra di Haftar per la presa di Tripoli potrebbe riguardare proprio l’esigenza di avere le chiavi della banca centrale di Tripoli. Ecco perché la notizia di uno spostamento degli uffici dell’istituto dalla capitale a Misurata genera non poco clamore. La notizia nei giorni scorsi viene ripresa da tutti i media libici. Si parla, in particolare, di un graduale trasferimento delle sedi di rappresentanza e di alcune operative dalla capitale alla città da cui provengono gran parte delle milizie attualmente vicine al governo di Al Sarraj.

Ad essere additate come causa di questa scelta sono presunte ragioni di sicurezza: su Africa Intelligence in particolare, si fa riferimento ad alcune fonti interne all’esecutivo tripolino secondo cui, vista la continuazione della battaglia e nonostante il fronte a sud della capitale risulti pressoché fermo da settimane, il governo avrebbe optato per questa soluzione. A Misurata, sempre secondo fonti interne all’esecutivo, ci sarebbero condizioni di sicurezza più adeguate essendo la città lontana dai campi di battaglia.

La smentita della Banca centrale di Tripoli

Ma, come detto ad inizio articolo, la guerra in Libia è anche di natura mediatica e come spesso accade ad ogni notizia che desta clamore corrisponde una smentita. Ed è questo anche il caso dello spostamento della banca centrale con sede a Tripoli. Come rivelato dal LibyanExpress, alcune fonti dell’istituto smentiscono le voci circolate nei giorni scorsi: “Quanto diffuso di recente sui media e sui social non corrisponde a verità. La Banca centrale rimane nella capitale”, si legge sul quotidiano riportando per l’appunto fonti interne all’ente.

Secondo questa versione, chi diffonde voci su un possibile spostamento vorrebbe indebolire l’immagine sia del governo di Al Sarraj che della stessa banca centrale. Per adesso dunque, nonostante una situazione precaria ed un fronte sì stabile ma pur sempre a 25 km dal centro di Tripoli, gli uffici più “caldi” della Libia rimangono al loro posto. Ma tra voci e smentite, la verità forse sta nel mezzo: il fatto stesso che si parli di un possibile spostamento della banca centrale, mostra come tutto sommato una buona fetta della guerra attualmente in corso ruota attorno al “tesoretto” in mano all’istituto. C’è chi lo vorrebbe attaccare e c’è chi, dal canto suo, lo vorrebbe strenuamente difendere.

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