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Dopo un periodo di sostanziale stabilità in cui i conflitti sembravano ormai cristallizzati, Iraq e Libia tornano a incendiarsi. E adesso, tra Nordafrica e Medio Oriente, il caos torna a regnare sovrano. Le certezze svaniscono, e lo fanno proprio quando la guerra in Siria sembrava doversi stabilizzare nell’offensiva di Idlib e nella resa dell’ultima roccaforte jihadista.

Il caos aiuta chi non vince

Ma questi anni, soprattutto dopo l’inizio delle Primavere arabe, sembrano darci un’unica certezza: che è impossibile averne. La confusione continua a essere l’unica costante e i governi regionali, a meno di derive autoritarie o semiautoritarie, sono condannati a dileguarsi in pochi mesi, se non (i più fortunati) in pochi anni. È il destino di quella parte di mondo, fra il Mediterraneo e il Golfo Persico: nessuno Stato sembra destinato a trovare pace.

Ma esiste un filo rosso che unisce tutte le “capitali” del caos di questi mesi? Sì, si può individuare. Sottotraccia e probabilmente impossibile a vedersi se non si considera tutto nell’insieme. E questo filo rosso è rappresentato da quella guerra dei blocchi che si sta combattendo, da molti anni, dall’Africa settentrionale all’Iraq.

Una guerra fra blocchi, o meglio, tra sfere d’influenza. E ognuno di questi Paesi rappresenta una declinazione territoriale di un conflitto mondiale in atto in cui il caos serve a chi quel conflitto lo sta perdendo. Dove regna il caos, è perché ancora non si è capito, in sostanza, quale potenza ha avuto la meglio.

La Libia nel caos

La Libia è un esempio perfetto. Dopo anni, ancora non si sa chi avrà la leadership della transizione politica che dovrebbe condurre il Paese dalla guerra a una prima e auspicabile pace. Khalifa Haftar e Fayez al Sarraj si contendono la guida della Libia, ma nessuno sponsor internazionale è in grado di avere la meglio. Ed è per questo che le violenze di Tripoli non hanno ancora portato a una vittoria reale di una fazione rispetto all’altra.

Finché non ci sarà un accordo fra le due sfere d’influenza, fra chi realmente vuole governare in Libia, il Paese non troverà pace. Il sangue continuerà a scorrere non solo per l’incapacità dei leader interni di trovare una via per il dialogo o per la vittoria, ma anche perché gli Stati che si contendono la Libia non trovano un accordo. Lo scontro è nelle alte sfere. E le alte sfere non cercano, molto spesso, un compromesso.

Se infatti le tensioni che sono giustamente considerate nell’ottica italiana come uno scontro fra Parigi e Roma su chi avrà la meglio nella guida del Paese, non va sottovalutato che, anche in questo caso, la guerra fra blocchi è molto più estesa. Russia e Stati Uniti, ancora una volta, si trovano su fronti opposti: Washington ha da subito sostenuto Sarraj nonostante i suoi storici legami con Haftar. Mentre la Russia, nonostante il formale riconoscimento di Sarraj, ha più volte dimostrato il suo consenso nei confronti dell’uomo forte della Cirenaica. È una guerra di cerchi concentrici, dal più piccolo (locale), al più ampio (mondiale). E il caos serve a chi la sta perdendo.

Iraq, il caos e la guerra

Mentre Tripoli si incendiava, a Bassora, nel sud dell’Iraq, le violenze dilagavano creando una situazione di allarme generale senza precedenti. L’Iraq è in rivolta: e il governo di Haider al Abadi ora trema. La violenza è stata feroce e il premier iracheno, se prima ha voluto sminuire la gravità elle proteste, è stato costretto ad ammettere che la situazione stava sfuggendo di mano. In ogni caso, come in Libia per Sarraj, la sua leadership è stato minata nel profondo.

Nel mirino delle proteste ci sono la politica del governo di Baghdad e l’appoggio esterno di Iran e Stati Uniti. Abadi, che nei giorni scorsi aveva sminuito le tensioni, riferendo in Parlamento ha parlato di “sabotaggio politico”. E anche in questo caso, la  lotta non può essere considerata se non a cerchi concentrici. C’è un piano locale, rappresentato dalle proteste della popolazione locale per la situazione sanitaria e per i proventi del petrolio che non arrivano nella regione. Ma ci sono poi ulteriori cerchi, altre sfere che si contendono il Paese.

L’Iraq è il primo Paese in cui si estende la cosiddetta mezzaluna sciita. Chi controlla Baghdad, controlla la strada che collega Teheran al Mediterraneo. Un obiettivo non solo dell’Iran ma anche degli Stati Uniti, che vogliono un governo amico al confine con il territorio iraniano. E non a caso, negli ultimi tempi, anche Israele ha iniziato a parlare di estensione dei suoi raid in Iraq a causa della penetrazione iraniana nel Paese.

Chi stava vincendo fino ad ora questa guerra di blocchi? L’Iran, probabilmente. Ma fino a un certo punto: le forze della coalizione internazionale rimangono a presidio del Paese dopo la vittoria sullo Stato islamico. E la politica del governo iracheno non è mai stata pienamente cristallina, sostenendo l’asse con Teheran ma non disdegnando lo sponsor Usa.

Siria, da Idlib all’est

La situazione in Siria sembra apparentemente cristallizzata nell’assedio di Idlib. La Russia e l’esercito siriano stanno avanzando sulla roccaforte jihadista. Ma quella battaglia può decidere non solo una fase della guerra, ma potenzialmente l’intero conflitto. Ed in questo momento, la vittoria può andare alle forze russe, ma anche a quelle iraniane, che non sembrano intenzionate ad andarsene dal territorio siriano a meno di clamorose iniziative.

Ma se Idlib è al centro della guerra e il destino sembra segnato a favore delle forze di Bashar Al Assad, in altre parti della Siria, i nodi sono ancora da sciogliere. Il nord-est è saldamente nelle mani dei curdi e delle forze della coalizione internazionale. E la Turchia pattuglia il territorio da Afrin a Manbij. A sud-est, invece, i ribelli e alcune frange dello Stato islamico resistono, e gli Stati Uniti si esercitano dopo l’avvertimento russo di colpire vicino la base di Al Tanf.

E anche in questo caso, senza una soluzione certa su chi controllerà il futuro della Siria, il caos avrà la meglio sulla stabilità. E le violenze esploderanno, come bombe a orologeria, quando le potenze ricominceranno a combattere.

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