Mentre in Europa si parla di come mantenere la tregua e di come rinsaldare il cessate il fuoco, a Tripoli cadono razzi sull’aeroporto e si continua a sparare. Basta questo per far capire il netto divario tra i “percorsi diplomatici” ipotizzati dal Vecchio continente e la realtà sul campo. E forse questo basta anche per comprendere come mai i Paesi europei siano sempre più marginali all’interno del dossier.

Aeroporto di Tripoli nuovamente chiuso

Nel cuore della mattinata di mercoledì, in particolare, almeno sei razzi hanno colpito zone limitrofe e interne al perimetro dell’aeroporto situato nel quartiere di Mitiga. Si tratta dell’unico scalo civile operativo nella capitale libica, dopo che quello più grande di Qasr Bin Ghashir è stato distrutto dai combattimenti nel 2014. Ma l’aeroporto è anche una base militare importante, dove secondo il generale Khalifa Haftar i turchi fanno sbarcare uomini e mezzi e proprio da qui farebbero inoltre decollare i droni usati lungo la linea del fronte. Ecco perché questa zona viene spesso presa nel mirino ed in molte occasioni è stata oggetto di importanti bombardamenti.

Come detto, anche mercoledì nuvole di fumo nero e denso si sono alzate da questo aeroporto ed hanno certificato come la tanto auspicata tregua in realtà non c’è e non c’è mai stata nemmeno durante la conferenza di Berlino di domenica. In questa sede, come si ricorderà, è stato approvato un documento di 55 punti tra i quali vi è anche quello inerente il mantenimento della tregua entrata ufficialmente in vigore lo scorso 12 gennaio. I capi di Stato e di governo soprattutto del vecchio continente, hanno brindato ad un primo “successo” grazie all’accettazione da parte sia di Haftar che del premier Al Sarraj della costituzione di un comitato militare chiamato a vigilare sul cessate il fuoco.

Su quale però, è difficile a questo punto dirlo: oltre al bombardamento dell’aeroporto di Tripoli, nella capitale libica si sono registrati combattimenti nei quartieri meridionali. E questo già nella giornata immediatamente successiva alla conferenza berlinese. Nel frattempo, lo scalo tripolino è chiuso e per raggiungere la città occorre atterrare a Misurata, circa 200 km più ad est.

Haftar parla nuovamente di “No Fly Zone”

Intanto, a confermare la situazione di tensione, vi è anche l’annuncio del portavoce del generale Haftar, Ahmed Al Mismari, il quale ha parlato nelle scorse ore dell’imposizione di una “no fly zone” nell’area di Tripoli: “Quando l’esercito ha annunciato il cessate il fuoco il 12 gennaio, ha richiesto che l’altra parte lo rispettasse, ma ciò non è accaduto – ha dichiarato Al Mismari – I nostri aerei hanno individuato il trasferimento di un gruppo di terroristi dello Stato islamico dalla Siria alla Libia occidentale sotto la supervisione dell’intelligence turca”.

Per questo dunque, l’uomo forte della Cirenaica ha deciso di imporre una zona con divieto di sorvolo nei dintorni della capitale libica. Questo vorrebbe dire, in linea teorica, che aerei sospetti diretti a Tripoli verrebbero abbattuti. Un altro motivo per il quale si è deciso, fino a nuovo ordine, il prolungamento della chiusura dello scalo tripolino. L’annuncio di Haftar non è comunque il primo del genere: anche a novembre il generale aveva comunicato di voler imporre una no fly zone a Tripoli, tuttavia mai del tutto applicata. Difficile dire se le dichiarazioni delle scorse ore resteranno o meno lettera morta.

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