Il comando Usa in Africa non avrebbe più alcun dubbio: il drone scomparso nei giorni scorsi mentre sorvolava Tripoli, sarebbe stato abbattuto dai russi. Un episodio che, secondo Washington, confermerebbe definitivamente il sempre più marcato coinvolgimento di Mosca in Libia e, in particolare, al fianco di Khalifa Haftar. Quest’ultimo nel frattempo ha ripreso ad avanzare a sud della capitale, un elemento visto con sospetto da chi teme un ulteriore rafforzamento del Cremlino nel paese nordafricano.

I due droni caduti in Tripolitania

Il 20 novembre scorso un drone italiano si è schiantato al suolo a Tarhouna, roccaforte di Haftar in Tripolitania. Uomini delle milizie vicine al generale, hanno immortalato una coccarda tricolore in un’ala rimasta intatta del velivolo senza pilota. Subito lo stesso Libyan National Army ha messo il cappello su questo episodio, rimarcando come il drone fosse stato abbattuto dalla propria contraerea. Due giorni dopo è stato l’Africom, il comando Usa in Africa, a denunciare la scomparsa di un proprio drone. Questa volta niente immagini e niente rivendicazioni su abbattimenti e quant’altro: della sorte di quel drone non si è saputo più nulla. Il comunicato del comando Usa citato ad inizio articolo, fa riferimento a quest’ultimo episodio.

Secondo il generale Stephen Townsend, citato dalla Reuters, la sparizione del velivolo è stata opera dei russi: “Non sapevano che fosse un drone Usa quando hanno sparato – ha dichiarato – Ma adesso certamente lo sanno. Dicono di non sapere dove sia ma non ci crediamo”. La supposizione del comando Usa parte dal fatto che gli uomini di Haftar non hanno tra le mani ordigni in grado di abbattere droni che volano oltre una certa altezza. È lo stesso motivo per il quale in tanti, nei giorni scorsi, hanno avanzato dubbi sull’abbattimento del nostro velivolo, probabilmente invece caduto a seguito di un’avaria forse causata da meccanismi di disturbo delle frequenze. Ad ogni modo, secondo Washington il proprio drone è stato colpito da un missile che, in Libia, potrebbe essere a disposizione solo di forze russe impegnate ad appoggiare Haftar.

Perché colpire i droni

Da quando ad aprile è scoppiato il conflitto per la presa della capitale libica, la battaglia si è sempre più trasformata in una guerra dei droni. I velivoli senza pilota sono stati utilizzati sia da Haftar che Al Sarraj. Il primo ha usufruito di droni consegnatigli dagli emiratini, suoi importanti alleati regionali. Dal canto suo, il premier del governo stanziato a Tripoli ha fatto uso spesso di droni arrivati dalla Turchia. Ma in Libia ad utilizzare questi mezzi da sempre sono anche i vari attori internazionali impegnati sul campo. Dunque, è possibile imbattersi nella presenza di droni italiani, come nel caso dell’episodio del 20 novembre scorso, oppure americani, così come anche russi o francesi. In maniera più ufficiosa che ufficiale, un po’ tutte le nazioni che hanno interessi in Libia hanno sempre fatto uso di velivoli del genere.

Ecco perché diventa importante provare a colpire i droni od a disturbarne il volo. Non è un caso che, poche ore dopo il presunto abbattimento del drone italiano, Haftar ha dichiarato l’imposizione di una no fly zone su Tripoli. Appare chiaro l’interesse del generale, e dei suoi alleati, nel poter vantare un netto vantaggio sui cieli che sovrastano le linee più calde dei vari fronti di guerra. In una guerra che è sempre più guerra dei droni, poter controllare gli spazi aerei e dimostrare di poter abbattere in qualunque momento i vari velivoli senza pilota diventa un vantaggio fondamentale. Vantaggio che, in questa fase, anche soprattutto grazie ai russi è nelle mani di Haftar.

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.