Era l’alba di un giovedì di aprile, un giorno che poteva scorrere come tanti altri tra le dune del Sahara libico, le stesse che si proiettano poi verso quella periferia di Tripoli che interrompe di colpo il deserto ed introduce repentinamente alla metropoli. A muoversi però nelle sabbie desertiche, nelle prime ore di quel 4 aprile 2019 non erano carovane di mercanti e né tanto meno cittadini che magari dai villaggi circostanti provavano a raggiungere per lavoro la capitale libica. Al contrario, ad illuminare le dune erano i convogli militari inviati dal generale Khalifa Haftar, capo dell’autoproclamato Libyan National Army. Ha avuto così inizio una battaglia che, a distanza di 12 mesi esatti, è ancora in piena fase di stallo senza né vincitori e né vinti. E con i cittadini le cui vite appaiono sempre più stravolte dai combattimenti.

Tripoli un anno dopo

Le prime agenzie intorno alle 6 del mattino contenevano messaggi tanto scarni quanto abbastanza chiari:

“Truppe di Haftar prendono Gharyan, a 120 km a sud di Tripoli”, si leggeva nelle redazioni giornalistiche

Messaggi inviati dopo le segnalazioni giunte dal cuore della Tripolitania, che ben facevano intuire come oramai la storia della Libia fosse cambiata per sempre. Fino a quel momento il generale Haftar era l’uomo forte della Cirenaica, adesso le sue truppe avanzavano invece verso Tripoli e dunque verso la capitale al cui interno era insediato il governo guidato dal premier Fayez Al Sarraj. Appena pochi giorni prima i due principali protagonisti si erano incontrati ad Abu Dhabi, sembrava l’inizio di un vero percorso volto alla condivisione del potere. Un’iniziativa politica, quella sorta nella capitale emiratina, successiva ad un altro vertice, quello cioè svolto a Palermo nel novembre del 2018 ed organizzato dall’Italia.

Nel nostro paese non ci si è forse resi conto che i tempi per un’offensiva militare di Haftar si facevano sempre più maturi e che quel percorso che si voleva inaugurare nel capoluogo siciliano era, in realtà, già vicino al tracollo. Il generale della Cirenaica infatti, tra gennaio e febbraio aveva conquistato buona parte di un Fezzan fino a quel momento in mano a bande e fazioni di ogni tipo, anche di caratura criminale. Da lì, il passo per provare a prendere Tripoli si è fatto sempre più breve, fino a quando poi all’alba di un anno fa la presa di Gharyan ha fatto scoppiare definitivamente le ostilità. La conquista di quella cittadina, è servita agli uomini di Haftar per avanzare rapidamente verso la capitale.

I calcoli del generale prevedevano un rapido ingresso a Tripoli, favorito anche da un possibile appoggio di alcune tribù locali stanche delle sopraffazioni delle milizie che sostenevano Al Sarraj. Ma queste ultime hanno reagito schierando subito i gruppi d’élite, come quelli di Misurata, a difesa della città. E da lì è nato uno stallo che 12 mesi di sanguinosa battaglia non hanno ancora scalfito. Tripoli così, si ritrova più isolata, con linee del fronte che scorrono a 25 km dal centro e con una vita sempre più difficile per i suoi stremati cittadini. Dal 2011, da quando erano iniziate nel febbraio di quell’anno le sollevazioni contro Gheddafi, la capitale libica non ha pace ma un po’ di quotidianità la popolazione stava iniziando a costruirsela. Da allora la sua economia è definitivamente collassata, il suo aeroporto quasi inutilizzabile, la sua stessa anima di città profondamente segnata dal lento ed inesorabile evolversi degli eventi.

Un anniversario che non fa notizia

Ma il vero cambiamento rispetto ad un anno fa, è forse in primo luogo mediatico: oggi quelle brevi e fredde agenzie lanciate alle prime luci del giorno del 4 aprile scorso, non farebbero notizia e verrebbero quasi cestinate. La guerra in Libia, che rispetto ad altre dimenticate almeno aveva il “vantaggio” di essere sempre al centro dell’attenzione mediatica, oggi verrebbe surclassata da altro. A partire dal coronavirus: nemmeno a Tripoli forse oggi ricorderanno che esattamente un anno fa era iniziata la battaglia, sia perché ormai i cittadini sono abituati ai rumori delle bombe e sia perché l’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 anche da queste parti ha comportato la chiusura degli ultimi locali e negozi ancora aperti. 

L’anniversario è quasi una non notizia, anche lì dove la guerra viene vissuta giorno dopo giorno

Ed è questo l’elemento più preoccupante per il futuro di Tripoli e della Libia: sembra quasi che a mancare adesso siano le speranze verso un avvenire migliore rispetto a quello attuale, con i cittadini forse rassegnati più che preoccupati. Nel frattempo la guerra prosegue tra nuovi raid e nuovi arrivi di miliziani dalla Siria, mandati da una Turchia nel frattempo diventata prima alleata di Al Sarraj e nuova grande protagonista nel Paese. A discapito, tra gli altri, di un’Italia che oggi, anche volendo, non avrebbe la minima forza di tornare in ballo presa com’è dal dramma dell’attuale pandemia.

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