Il primo marzo la Turchia ha dato il via all’operazione “Primavera di pace” in risposta all’avanzata delle truppe governative su Idlib, ultima roccaforte di jihadisti e ribelli cooptati da Ankara. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, dopo la morte di 33 soldati turchi in territorio siriano, ha lanciato un ultimatum a Russia e Siria: rispettare gli accordi di Sochi del 2018 e ritirare le proprie truppe, liberando così gli avamposti turchi presenti a Idlib e finiti sotto il controllo di Bashar al Assad. In caso contrario, il Sultano non avrebbe esitato ad attaccare.

La situazione a Idlib, in Siria (Infografica di Alberto Bellotto)
La situazione a Idlib, in Siria (Infografica di Alberto Bellotto)

Scaduto il termine ultimo, Erdogan ha mantenuto fede alla parola data e lanciato una nuova operazione militare in Siria, questa volta contro le truppe di Damasco e non più ai danni dei curdi presenti a ovest dell’Eufrate. Nel preparare l’operazione “Primavera di pace” Ankara ha dovuto tener conto di un ostacolo rilevante alla sua potenza di fuoco:il blocco dello spazio aereo su Idlib imposto dal governo siriano. La soluzione è stato l’impiego dei droni, settore in cui la Turchia ha largamente investito negli ultimi dieci anni.

Il ruolo dei droni

La recente escalation su Idlib ha visto le forze siriane – supportate dalla Russia – in una posizione di vantaggio rispetto alle milizie filo turche, o almeno così è stato all’inizio dell’operazione militare lanciata dal presidente Assad. La Turchia infatti non ha tardato a reagire con forza, tanto che nelle ultime settimane si è registrato un uso estensivo di droni turchi nella regione con l’intento – riuscito – di bloccare l’avanzata delle truppe governative, che combattono ancora per la riconquista delle città più importanti in vista dell’incontro del 5 marzo tra Vladimir Putin ed Erdogan. Non è di certo la prima volta che Ankara mette in campo i droni da lei stessa prodotti per combattere in Siria, ma fino a un mese fa i velivoli senza pilota erano stati impiegati unicamente contro le forze curde e mai contro quelle governative.

Da fine febbraio, invece, i droni turchi hanno abbattuto o danneggiato 100 carri armati siriani, 72 pezzi d’artiglieria e diversi sistemi di difesa, dimostrando così a Damasco di cosa sono capaci i velivoli turchi e quali sono i danni che la Turchia è in grado di infliggere nonostante il blocco aereo su Idlib. Grazie all’impiego dei droni, Ankara è riuscita anche a portare a termine delle uccisioni mirate negli alti ranghi siriani e iraniani tra Idlib e Aleppo, danneggiando anche la linea di comando dei suoi avversari. Tra l’altro l’uso dei veicoli senza pilota da parte della Turchia ha creato delle frizioni tra Russia e Iran: Teheran ha infatti accusato Mosca di aver lasciato troppo spazio ad Ankara e di aver ridotto il proprio contributo nella difesa dell’alleato siriano. Secondo l’analista Kirill Semenev, intervistato da al Jazeera, ci sarebbe infatti un accordo tra Russia e Turchia sull’uso dei droni su Idlib: Erdogan può continuare a usare i velivoli, ma senza fare vittime tra i soldati russi che, per l’appunto, non sono presenti nella regione al centro del conflitto in corso.

Impiegando i droni nella battaglia per Idlib, la Turchia ha dimostrato di poter aggirare i problemi derivanti dal blocco dello spazio aereo, di essere in grado di infliggere danni ingenti al suo avversario senza mettere in pericolo la vita dei suoi soldati e soprattutto ha mostrato quanti progressi è riuscita a fare nella costruzione dei velivoli senza pilota. L’uso dei droni si è così rivelato strategico per mettere un freno all’avanzata delle truppe siriane e creare un nuovo equilibrio tra le forze in campo, tanto che diversi analisti parlano già di un case study per i prossimi conflitti.

L’industria dei droni in Turchia

La Turchia negli ultimi dieci anni ha investito sempre più nell’industria bellica e nello specifico nella produzione di droni con l’intento di ridurre e possibilmente eliminare la dipendenza da Stati Uniti e Israele, principali venditori di velivoli senza pilota. A guidare l’avanzamento militare della Turchia sono l’Industria Aerospaziale Turca (Tai) e la compagnia privata Baykar, fondata e diretta da un giovane studente del Mit nonché genero del presidente Erdogan. La prima ha vinto nel 2004 un contratto per lo sviluppo dell’Anka, un drone in grado di volare tra i 10mila e i 30mila piedi per un periodo di tempo che varia dalle 24 alle 48 ore. Il primo volo, realizzato nel 2010, non ebbe però esito positivo: il velivolo si schiantò al suolo dopo 15 minuti di volo. Da quel momento ad oggi però il Tai ha fatto enormi progressi, riuscendo non solo a portare a termine con successo la realizzazione dell’Anka, ma anche quella dell’Aksungur, annunciato dal Governo a fine 2019. Alla Baykar va invece il merito di aver costruito il Bayraktar TB2, in grado di volare a un’altezza di 27mila piedi per 24 ore. Attualmente, le forze militari e di sicurezza turche hanno a disposizione circa 30 Ankas e 94 Bayraktar TB2, ma la produzione non si è ancora fermata e gli investimenti governativi continuano a fluire verso il settore dei droni. Di recente, il presidente ha stanziato 105.5 milioni di dollari per finanziare lo sviluppo del Bayraktar BT2, oltre ad aver aumentato il numero di basi militari presenti nel Paese. Secondo quanto spiegato da Dan Gettinger, dal 2018 la Turchia ha approvato la costruzione di nuove strutture in cui ospitare i suoi droni lungo il confine siriano e sulle coste del Mediterraneo. In questo modo la Turchia potrà essere sempre pronta a intervenire tanto in Siria quanto nel Mare Nostrum in difesa di quelli che ritiene essere i suoi interessi nazionali.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.