Il problema delle mine nelle acque del Mar Nero rappresenta uno dei (tanti) nodi da sciogliere della guerra in Ucraina. Un problema diventato urgente soprattutto perché dai porti ucraini e sotto il controllo russo passa una quantità enorme di cereali, in particolare di grano, che può incidere sensibilmente sulla stabilità dei Paesi importatori e quindi di intere regioni anche a ridosso dell’Europa.

Kiev e Mosca da tempo rilanciano accuse reciproche su chi ha minato i porti del Mar Nero e del più piccolo Mar d’Azov. In una nota del Cremlino è stato riferito che il problema è stato discusso anche nell’ultima telefonata tra il presidente russo, Vladimir Putin, e il cancelliere austriaco, Karl Nehammer, in cui è stata richiamata l’attenzione “sul fatto che la parte ucraina dovrebbe sminare al più presto i porti per il libero passaggio delle navi bloccate“. Per il presidente russo, lo sminamento dovrebbe essere responsabilità di Kiev perché, a detta dei russi, è la marina del Paese attaccato ad avere disseminato il mare di questi ordigni. Ipotesi che contrasta radicalmente con quella ucraina, dal momento che sia il governo centrale che le varie amministrazioni militari e politiche locali puntano il dito su Mosca. L’ultima accusa in tal senso è quella del portavoce dell’amministrazione militare di Odessa, Serhiy Bratchuk, che attraverso il proprio canale Telegram ha parlato di centinaia di mine sovietiche alla deriva dopo essere state messe davanti alle coste ucraine dai russi.

Per il Mar Nero si tratta di un’emergenza che da tempo viene considerata prioritaria, non solo dai governi dei Paesi rivieraschi ma anche dalle potenze e dalle organizzazioni internazionali. L’obiettivo, in questa delicata fase della guerra, è diventato quello di creare corridoi sicuri per il passaggio delle navi cariche di cereali e fertilizzanti in partenza dai porti ucraini e diretti verso diversi Stati del mondo. Ma attualmente i negoziati sembrano molto complessi. In primis perché la Russia ha compreso di avere in mano una potentissima leva negoziale da utilizzare in sede di trattative. In sostanza un ricatto. In secondo luogo, perché la stessa Russia non solo non ammette di aver posato queste mine ma non vuole che a liberare i porti sia una coalizione internazionale sul modello di quella prospettata dal Regno Unito. Infine, terzo punto, Kiev non può accettare dal momento che ritiene che sia Mosca ad avere usufruito di quelle mine e ora non ha certo la tecnologia né i soldi adeguati per risolvere un problema che, se affrontato a livello internazionale, può dare ulteriore credito alla causa ucraina.

Le discussioni proseguono ma nel frattempo non si riesce davvero a comprendere chi possa avere ragione tra Kiev e Mosca. E questo a prescindere dalla condanna rispetto all’aggressione russa. Sul punto, infatti, esistono diverse letture. E se Londra, ad esempio, così come altri segmenti della Nato considerano la Russia l’artefice di queste operazioni nel Mar Nero, alcuni analisti adottano un approccio più laico. Perché al momento sembra impossibile individuare con assoluta certezza chi ha minato tutti i porti delle coste ucraine e di quelle de facto russe.

Dal punto di vista tattico, è chiaro che posare mine sui fondali del Mar Nero rappresenta un’arma sia per i russi che per gli ucraini. Se consideriamo la questione in maniera totalmente scevra da posizioni ideologiche, bisogna partire da un dato: la mina serve a evitare che le navi, principalmente militari, possano agire indisturbate nello specchio d’acqua oggetto delle operazioni. Ed è chiaro che, come scritto da Tayfun Ozberk su Naval News, una marina più debole, non in grado di impedire movimenti alla flotta avversaria, possa utilizzare le mine navali come extrema ratio di fronte a una soverchiante forza avversaria. La Flotta del Mar Nero della marina russa si trova in una posizione di netto vantaggio. In questo senso, l’accusa di Putin e dei comandi russi potrebbe perciò avere una base logica. Inoltre, trattandosi di mine “sovietiche”, è impossibile dare per scontato che siano utilizzate esclusivamente dalle forze russe in quanto gli arsenali di Kiev sono inevitabilmente colmi di armamenti del passato dell’Urss. Un tema ribadito anche da Johannes Peters, esperto di strategia marittima presso l’Università di Kiel, che all’emittente tedesca Deutsche Welle ha ricordato che proprio per questo motivo “entrambe le versioni sono plausibili”. Con la postilla che da quando la Crimea è in mano russa, anche le forze di Sebastopoli potrebbero avere utilizzato modelli degli arsenali ucraini un tempo sovietici e comunque posato sulle coste della penisola.

Vi sono invece alcuni elementi che invece sembrano rafforzare l’accusa nei confronti di Mosca. Innanzitutto, molti analisti sottolineano le difficoltà tecniche che avrebbe avuto la marina ucraina nel mettere in atto questo tipo di operazioni. Sembra difficile che l’Ucraina abbia potuto minare il Mar Nero con centinaia di ordigni in poco tempo, con una flotta molto esigua di numero e senza che la flotta russa potesse individuare le navi ucraine e accusare pubblicamente il governo avversario di questa operazione. Il Cremlino non si sarebbe mai lasciato sfuggire questo colpo propagandistico. E in ogni caso Kiev appare ben lontana dal possedere un adeguato numero di mezzi navali e aerei per posare così tante mine. Al contrario la Russia, tra sottomarini e unità di superficie, avrebbe certamente una flotta adeguata a questo scopo.

Inoltre, c’è il tema dell’obiettivo finale. Se infatti l’Ucraina avrebbe avuto l’interesse a minare le acque davanti ai suoi porti per impedire un assalto dal mare, evitando in particolare l’ipotesi di uno sbarco, la Russia avrebbe avuto al contrario l’interesse a produrre quella situazione di instabilità per cui nessuno avrebbe potuto utilizzare il Mar Nero senza conoscere la posizione delle mine. Se infatti c’è un pericolo oscuro rappresentato dalle mine galleggianti (trovate anche dalla marina turca non lontano dal Bosforo), c’è anche il problema delle mine che sono ancorate sul fondo o ormeggiate. Conoscere la posizione di questi ordigni è essenziale: chi le ha posate deve necessariamente saperlo. Ma se nessuno ammette di averne fatto utilizzo, il mistero resta. E resta anche l’impatto psicologico enorme che queste armi hanno nella libertà di navigazione: senza una grande campagna di individuazione e sminamento, molti porti ucraini ma anche diverse rotte del Mar Nero potrebbero essere considerate ad alto rischio anche una volta terminata la guerra.

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