Il conflitto in Ucraina ha superato da poco i quattro mesi di durata, e ancora non se ne vede la fine. Il Cremlino ha ottenuto molto di recente il controllo dell’intero oblast di Luhansk, mentre ancora deve completare la conquista di quello di Donetsk, detenuto dagli ucraini per circa il 42% del suo territorio. Altrove le forze russe hanno conseguito il primo obiettivo strategico della Russia, ovvero stabilire continuità territoriale tra la Crimea e la Federazione, inoltre la presenza oltre il fiume Dnepr, nella regione di Kherson, è stabile: qui l’esercito russo si è trincerato, assumendo profondità lungo quell’importante corso d’acqua, nell’attesa di tornare all’offensiva verso Mykolaiv, la porta di Odessa.

L’esercito russo avanza lentamente ma costantemente, e ha in parte ovviato agli errori tattici commessi nella prima fase del conflitto ridimensionando le operazioni (da offensive su tutta la linea ad attacchi concentrati) e impiegando le sue risorse in modo più razionale (usando le sue forze in massa lungo le direttrici di avanzamento con supporto di artiglieria e aviazione).

Stante questo radicale cambio di tattica e il tempo necessario per ottenere quello che è il secondo obiettivo strategico, la “messa in sicurezza” di tutto il Donbass, ci si chiede se l’intervento militare in Siria, che continua dal 2015, non abbia in qualche modo influenzato negativamente il corso delle operazioni in Ucraina.

A quasi sette anni dall’arrivo delle truppe russe, la posizione di Bashar al-Assad è notevolmente migliorata e la maggior parte delle minacce poste alla Russia dal potenziale crollo del suo regime sono state mitigate. I lealisti di Damasco controllano il 65-70% della Repubblica Araba Siriana, inclusa la maggior parte della sua popolazione e dei centri economici. L’Is, lo Stato Islamico, non controlla più quantità significative di territorio, sebbene secondo quanto riferito detenga un’area sufficiente per continuare una campagna militare coordinata.

La Russia mantiene una solida presenza in Siria con circa 4mila soldati (la rotazione di questo gruppo ha consentito a 70mila uomini di acquisire esperienza di combattimento), insieme a 20-40 cacciabombardieri (Su-24, Su-34 e Su-35), un numero simile di elicotteri da combattimento, e a Tartus un’infrastruttura in grado di sostenere l’attività di diverse navi da guerra, che appartengono per la maggior parte alla Flotta del Mar Nero. Attualmente – al primo luglio – le unità navali russe presenti nel Mediterraneo, quindi facenti capo a Tartus, sono due sottomarini hunter/killer classe Kilo, due incrociatori classe Slava, due cacciatorpediniere classe Udaloy, due fregate (una classe Gorshkov e una Grigorovich), una corvetta classe Buyan-M più 4 navi ausiliarie, una nave spia e un cacciamine. Una forza in parte proveniente da altri distretti militari (come i due incrociatori), quindi che è rimasta confinata al di fuori del Mar Nero a causa dell’attivazione delle clausole del Trattato di Montreux da parte della Turchia sul transito del naviglio militare attraverso gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, pertanto impossibilitata a prendere parte alle operazioni belliche in Ucraina.

Se escludiamo le forze navali, che hanno un ruolo collaterale ma non marginale nella guerra attualmente in corso, le unità terrestri e quelle aeree in Siria risultano essere di consistenza esigua per determinare un reale impatto nell’andamento del conflitto ucraino. Si tratta di un numero pari a poco meno di una brigata, complessivamente, che è composto non solo da truppe d’élite, e i caccia impiegati non incidono nell’efficienza delle operazioni aeree, che, come abbiamo visto, sono di moderata entità – non c’è stata nessuna campagna aerea di Sead/Dead propriamente detta – e soprattutto si trovano davanti a un contrasto da parte delle difese aeree ucraine che possiamo ormai ritenere non determinante nel mutare le sorti delle offensive russe, fatta eccezione per quanto accaduto sull’Isola dei Serpenti, dove però intervengono altri fattori (perdita dell’incrociatore Moskva, vicinanza al territorio ucraino controllato da Kiev).

Generalmente quindi possiamo affermare con un discreto margine di certezza che, dal punto di vista strettamente militare, le operazioni in Siria non hanno influito sul corso del conflitto in Ucraina, nonostante esse siano proseguite se pur non con la stessa intensità della prima fase, anche generando momenti di tensione con le forze della coalizione a guida Statunitense.

Nonostante recenti speculazioni riguardanti un presunto ulteriore ritiro delle truppe russe in Siria per via dell’impasse in Ucraina, recenti sviluppi sul campo dimostrano che Mosca sta continuando a rafforzare le sue forze nel nord del Paese in risposta al possibile avvio di un’operazione militare da parte della Turchia. La Russia sta svolgendo operazioni con la stessa intensità di prima, con esercitazioni aeree congiunte insieme a Damasco e inviando aiuti umanitari a Sweida e Hassakeh. Inoltre i pattugliamenti congiunti con le forze turche sono continuati. Nel complesso queste attività suggeriscono che la Russia è determinata a mobilitare le sue forze per mantenere la sua influenza nella Repubblica Araba e quindi frapporsi alla presenza della Coalizione.

Questa scelta però impone dei costi a livello economico e logistico non indifferenti. Nonostante il supporto al regime di Assad abbia permesso alle aziende russe di mantenere relazioni commerciali e ottenere un nuovo accesso alle risorse siriane, le operazioni militari in Siria erano costate, nel 2016, circa 33 miliardi di rubli (quindi circa 462 milioni di dollari). Altre stime, riferite da Janes, indicavano una spesa tra i 2,4 e i 4 milioni di dollari al giorno mentre a marzo 2018, il partito politico di opposizione Yabloko aveva stimato il costo dell’intervento, in quel momento, compreso tra 172,3 miliardi e 245,1 miliardi di rubli (quindi tra i 2,9 e i 4,2 miliardi di dollari). Si tratterebbe quindi di una cifra che rappresenta una percentuale compresa tra l’1,7 e il 2,9% del bilancio annuale della Difesa russa secondo i dati del 2015 forniti dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute). Una parte di questa spesa viene ammortizzata dagli introiti derivanti dalla vendita di armamenti russi a Damasco, che fa registrare una diminuzione da quando è cominciato il conflitto (si pensa perché le forze russe ivi schierate abbiano cominciato a cedere le armi al governo siriano direttamente, quindi evitando i tracciamenti internazionali), e dai contratti per la ricostruzione.

Se prima dell’intervento militare in Ucraina l’erario russo poteva sobbarcarsi tranquillamente questo dispendio di denaro, ora, sotto un regime sanzionatorio molto più incisivo, è probabile che la gestione di entrambi i conflitti possa rappresentare un problema, e pertanto Mosca potrebbe essere costretta a ridimensionare in futuro qualche parte della sua assistenza a Damasco, sia esse di tipo militare o umanitaria/civile. Il sostentamento delle forze russe in Siria richiede poi un discreto impegno dell’apparato logistico russo, già messo a dura prova dal conflitto ucraino, quindi è ragionevole supporre un ulteriore logoramento di tutta la catena dei rifornimenti della Russia.

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