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Il quotidiano kuwaitiano al-Qabas, riferisce che le Irgc (Islamic Revolutionary Guard Corps) iraniane, avrebbero trasferito missili e droni in Iraq. Il trasferimento sarebbe avvenuto in due fasi, attraverso il valico di frontiera di Shalamjah tra Iran e Iraq, sotto la supervisione di personale iraniano facente parte dei Pasdaran.

I missili sarebbero del tipo da artiglieria campale “Arash” ma non è stato reso noto di quale versione si tratti: ne esistono, infatti, di diverse che variano in precisione e gittata. Negli inventari delle Irgc sono registrati gli Arash 1 (21,5 chilometri di gittata), gli Arash 2 (30 chilometri), gli Arash 3 (18 chilometri) anche conosciuti sotto il nome di “Noor” ed infine i più performanti Arash 4 (40 chilometri). Non sappiamo, invece, di che tipo di droni si tratti, ma viene riferito che sono stati immagazzinati in siti di massima sicurezza nelle province irachene meridionali.

Il quotidiano al-Qabas riferisce anche di aver appreso che la Forza Quds, il corpo di élite delle Irgc che dipendeva dal generale Qasem Soleimani ucciso in un raid aereo lo scorso gennaio, non avrebbe affidato i missili e i droni a disposizione delle cosiddette “fazioni della resistenza irachena”, ma piuttosto sarebbero stati stoccati nei siti e nei campi di addestramento appartenenti alle fazioni armate irachene vicine all’Iran, ma sempre sotto la supervisione di ufficiali iraniani ed elementi appartenenti alla Forza Quds.

L’Iran, secondo il quotidiano kuwaitiano, avrebbe inviato in Iraq due unità dei migliori ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie specializzate nel lancio di missili e un’unità di droni, agli ordini diretti dell’attuale comandante della Forza Quds, il generale Ismail Qaani, che ha visitato l’Iraq nei giorni scorsi. Uomini e mezzi sarebbero stati trasferiti, in una prima fase, da Teheran al “Camp Kawthar”, situato ad ovest di Ahwaz, non lontano dal confine con l’Iraq, e poi da lì sarebbero stati trasferiti attraverso il valico di confine di Shalamjah. “Camp Kawthar” è considerato uno dei più importanti campi delle Irgc nella regione occidentale dell’Iran, ed è la base principale per l’addestramento dei militanti stranieri. La maggior parte delle operazioni di sicurezza e militari iraniane sono supervisionate proprio da quel luogo, che è diventato la più importante base logistica militare per la forze della Forza Quds in Iran.

Le fonti anonime iraniane hanno confermato ad al-Qabas che i Pasdaran potrebbero lanciare nelle prossime settimane attacchi missilistici e di droni su diversi obiettivi che non si limitano all’Iraq, ma potrebbero includere alcuni paesi della regione e che questi attacchi potrebbero essere effettuati dopo l’avvicendamento presidenziale alla Casa Bianca, per cercare di mettere in difficoltà – ma anche di saggiarne il polso – la nuova amministrazione Biden e la sua strategia di politica estera.

Le fonti hanno confermato che durante la visita del comandante iraniano Ismail Qaani in Iraq è stata discussa con alcuni leader di fazioni filoiraniane irachene la possibilità di rispondere all’uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh colpendo direttamente Israele dal territorio iracheno. Alcuni esperti di affari iraniani hanno detto ad al-Qabas che Teheran potrebbe realmente decidere di rispondere all’uccisione di Fakhrizadeh dall’Iraq, ma questa eventualità potrebbe essere messa in atto dopo l’insediamento del neo presidente statunitinese Joe Biden, per evitare un’escalation militare diretta, nel caso in cui gruppi iracheni vicini a Teheran la attuassero.

Non è la prima volta che Teheran “cede” armamento missilistico ai suoi proxy in Iraq: già nel 2018, come riportato da Reuters, si era sparsa la notizia che alcuni missili balistici erano stati spostati in Iraq come strumento di pressione verso gli Stati Uniti ed Israele. La spedizione, secondo il Csis (Center for Strategic and International Studies) comprendeva i missili Zelzal (150-250 chilometri di gittata), Fateh-110 (200-300 chilometri) e Zolfaghar (700 chilometri), completando l’arsenale esistente delle milizie filoiraniane che adoperano razzi non guidati da 107 e 122 millimetri.

Israele, durante la lunga estate “calda” del 2019, aveva avviato una campagna di bombardamenti in Iraq volta, con ogni probabilità, a colpire le località note dove i Pasdaran avevano immagazzinato armamenti di questo tipo, generando non pochi malumori da parte di Washington che si era ritrovata a dover affrontare la forte opposizione politica del parlamento iracheno che non vede affatto di buon grado la presenza militare statunitense nel Paese. Opposizione che non è rappresentata solo dagli sciiti filoiraniani, ma che coinvolge anche le fazioni sciite slegate da Teheran.

Non sappiamo se la notizia battuta dal quotidiano kuwaitiano sia vera: potrebbe essere solo un falso divulgato ad arte per preparare un “false flag”, volendo scendere nel complottismo, oppure semplicemente potrebbe essere una delle tante notizie di propaganda volte a spargere disinformazione che mettono in circolo tutti i governi del mondo, in particolare quelli ostili all’Occidente e agli Stati Uniti. Però possiamo cercare di fare un’analisi in base a quello che sappiamo di certo, ovvero in base a quanto accaduto di recente in Iraq e, più in generale, nel Golfo Persico.

Washington sta riducendo il numero di truppe presenti nel Paese, come da volontà trumpiana già espressa in campagna elettorale (meno boots on ground e più aiuti paralleli di altro tipo, ovvero addestramento truppe e finanziamenti), e questo parziale ritiro ha causato il risorgere degli attacchi verso le installazioni militari americane, in particolare nella cosiddetta Green Zone di Baghadad. A novembre, infatti, la tregua non scritta, è stata rotta dalle milizie filoiraniane che hanno bersagliato la zona della capitale sede – tra le altre cose – della legazione statunitense, con attacchi di razzi che sono stati parzialmente neutralizzati dai sistemi di difesa schierati dall’Esercito americano. Attacchi che sono stati reiterati sei giorni fa.

Del resto quando un avversario si sta “ritirando” è proprio il momento in cui bisogna attaccarlo: pertanto è proprio il disimpegno, lento ma graduale, americano in Iraq ad aver spinto l’Iran ad essere più aggressivo, e la decisione, se confermata, di spostare ulteriori sistemi d’arma nel Paese ne sarebbe l’ennesima dimostrazione.

Questa scelta fatta da Teheran, però, potrebbe comportare dei rischi qualora Israele decidesse, autonomamente, di eliminare una possibile minaccia missilistica: del resto Tel Aviv lo ha già dimostrato nell’estate del 2019, pertanto c’è la seria possibilità che si possa assistere ad una “sirianizzazione” dell’Iraq: la trasformazione di un’instabilità interna in un conflitto a bassa intensità non dichiarato dove un attore esterno, Israele in questo caso, agisce liberamente per colpire obiettivi di un Paese nemico, l’Iran, con il tacito placet delle potenze presenti, nella fattispecie gli Stati Uniti.

Sebbene non si abbia modo di avere conferma a quanto riportato dal quotidiano al-Qabas, questa possibilità potrebbe trovare conferma nella decisione dei Washington di inviare un sottomarino lanciamissili da crociera (Ssgn) tipo Ohio, nel Golfo Persico, che, a quanto pare, è stato “accompagnato” da un sottomarino da attacco israeliano: Stati Uniti e Israele potrebbero quindi aver spostato le loro pedine sulla scacchiera per essere pronti a colpire qualora i missili iraniani schierati in Iraq venissero utilizzati.

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