L’Iran come il Vietnam: non tanto da un punto di vista militare quanto dal lato geopolitico. Il confronto tra questi due Paesi è perfetto per delineare quello che potrebbe essere il destino di Teheran, così distante ma allo stesso tempo, almeno strategicamente parlando, così simile ad Hanoi. Oggi la tensione tra Stati Uniti e governo iraniano è alle stelle, eppure, in un futuro non troppo lontano, Yankee e pasdaran potrebbero diventare stretti amici, proprio come successo fra gli stessi americani e gli eredi dei vietcong. All’apparenza, uno scenario del genere è suggestivo: eppure questa è un’eventualità da prendere in considerazione. Sia che Washington entri in guerra contro Teheran (probabile), sia che le controparti scelgano la via diplomatica della pace (a oggi complicato), prima o poi gli Stati Uniti entreranno comunque in Iran.

Il parallelo con il Vietnam

Il senso di “entrare” è spiegato alla perfezione dal sinologo Francesco Sisci nel corso di una lunga intervista rilasciata al Sussidiario.net. “Se ci fosse una pace con l’Iran il Paese si avvicinerebbe in qualche misura a Washington – sottolinea Sisci – Siamo molto lontani da questa eventualità, ma una pace potrebbe riavvicinare finalmente Teheran all’America e questo potrebbe far rientrare gli Usa in gioco. L’eventualità non è impossibile”. Ed è proprio questo il punto: Washington di nuovo in gioco nel Medio Oriente. Esattamente come accaduto nel sud-est asiatico dopo la distensione con il Vietnam, che da feroce nemico americano è diventato un partner, a tratti affidabile, su cui poter contare per mettere un argine all’espansione della Cina. “Oggi gli Usa hanno sviluppato un rapporto sempre migliore con il Vietnam, un processo simile potrebbe accadere con l’Iran. Non è una cosa di domani – conclude Sisci – ma potrebbe non essere impossibile”.

Rituffarsi in Medio Oriente

In ogni caso, il rischio maggiore è per la Cina. Come ha sottolineato lo stesso Sisci, Pechino dovrebbe firmare nei prossimi giorni (il 15) un mini-accordo commerciale con gli Stati Uniti. Tuttavia “la partita iraniana le confonde le carte. Se c’è una guerra, questa arriva praticamente al confine cinese e interrompe il tratto più importante della Via della Seta. Se c’è un accordo, di fatto gli Usa entrano in Iran, quindi un altro pezzo della Via della Seta va sotto il controllo americano”. Considerando che la Cina ha spesso investito diversi milioni in Iran, tra infrastrutture e commesse petrolifere, la prospettiva di vedere Teheran prendere la strada in direzione Washington non piace affatto ai vertici del Partito Comunista cinese, Xi Jinping in primis. Anche perché uno degli obiettivi di Pechino è allungare i suoi tentacoli nello scenario mediorientale, là dove gli americani hanno lasciato ampie praterie da conquistare. La mossa di Trump (che dal canto suo ha più volte sottolineato come sia inutile mandare soldati a morire in giro per il mondo) potrebbe clamorosamente rituffare Washington nel bel mezzo della polveriera Medio Oriente. “È possibile che dopo una guerra con gli Usa l’Iran diventi uno Stato fallito, come l’Iraq o la Libia, o frantumato come la Siria. Ma è improbabile che l’Iran politico di oggi sopravviva a uno scontro militare con gli Usa. Gli Ayatollah lo sanno. Queste considerazioni potrebbero spingere gli Ayatollah, che saranno ostili ma non sono pazzi, a una trattativa con gli Usa”, ha concluso Sisci.

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