Guerra /

“La vittoria di Aleppo spianerà la strada alla liberazione del Bahrein. Il popolo del Bahrein vedrà esauditi i propri desideri, la gente dello Yemen si rallegrerà e i cittadini di Mosul assaporeranno la vittoria, queste sono promesse divine”.Con queste parole si è espresso il generale Hossein Salami, comandante dei guardiani della rivoluzione iraniana, ai microfoni della IRNA (Islamic Republic News Agency), il principale organo di informazione iraniana.Una dichiarazione di intenti che non lascia molto spazio ai dubbi, sappiamo che gli iraniani sono da tempo impegnati direttamente in Siria e in Iraq, sappiamo che in Yemen finanziano i ribelli sciiti Houti che si difendono dall’aggressione saudita.La novità sta nel Bahrein, la minuscola monarchia del Golfo di cui finora si è sentito poco parlare è oggetto delle mire espansionistiche della repubblica islamica fin dal 2011, all’alba delle tristemente note primavere arabe.Terzo stato più piccolo dell’Asia dopo Maldive e Singapore, famosa soprattutto per le sue perle, il Bahrein è l’unica monarchia sunnita del Golfo in cui metà della popolazione è di confessione sciita.Nel 2011 sull’onda di Egitto e Tunisia, le proteste dilagano anche per le strade della capitale Manama. Le richieste dei manifestanti sono tante: gli sciiti chiedono un drastico cambio di governo e una maggiore rappresentanza negli organi dello Stato (quasi interamente occupati da sunniti), molti attivisti manifestano per una maggiore libertà di espressione e in quei giorni diversi di loro finiscono agli arresti.Già a marzo 2014 si contavano circa 80 morti tra i manifestanti e per uno stato di poco più di un milione di abitanti è una cifra tutt’altro che irrisoria. Il maggiore partito di opposizione sciita, Al-Weqaf, è stato messo al bando con le accuse di diffusione della violenza settaria, minaccia allo Stato e collusione con attività terroristiche.Molti attivisti hanno denunciato l’uso sistematico della tortura nel silenzio più totale dei principali organi di stampa internazionali. La ragione di questo silenzio va ricercata nel fatto che il Bahrein ospita una delle più importanti basi navali americane della regione e difficilmente si priveranno dell’appoggio di un tale alleato.Il direttore della Società per i diritti umani del Bahrein Nabeel Rajab, si trova ancora oggi in carcere e già nel 2012 criticava apertamente la politica estera Usa: “Il governo degli Stati Uniti supporta le monarchie in questa parte del mondo. Appoggiano delle vere e proprie dittature. Gli americani sono molto duri quando parlano di Siria e Libia, ma quando si tratta dei loro alleati diventano improvvisamente indulgenti”.Ma se gli Stati Uniti e l’occidente tacciono, ecco che l’Iran fa sentire la sua voce. Lo Stato principe dello sciismo in questi giorni ha minacciato interventi seri, diretti e indiretti in Bahrein dopo che il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha revocato la cittadinanza alla più influente guida spirituale degli sciiti del paese, Isa Qassim accusato di aver sobillato le proteste contro il monarca.Il 21 dicembre scorso, nel villaggio di Diraz, diversi blindati della polizia e dell’esercito hanno assediato la residenza del religioso protetta da gruppi di giovani fedeli sciiti. Scontri si sono registrati in diverse città del Bahrein con decine di arresti. Le proteste sono continuate con barricate e cassonetti dati alle fiamme mentre i manifestanti sventolavano bandiere e poster col volto del settantanovenne Qassim.Ciò che sta avvenendo oggi in Bahrein è in tutto e per tutto analogo a quello che accadde nel gennaio scorso all’ayatollah saudita Nimr al-Nimr. Allora la vicenda si concluse con la condanna a morte per decapitazione del religioso sciita che scatenò un incremento della tensione tra Iran e Arabia Saudita soprattutto nel sanguinoso conflitto yemenita. Chiunque in Medio Oriente si augura che le violenze cessino ma le dichiarazioni dei pasdaran e la repressione Bahrein spingono chiaramente nella direzione opposta.

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