Da alcuni giorni in Iraq la situazione sembra più tranquilla, con disordini meno diffusi e con un clima di calma apparente nelle principali città. Anzi, in questo giovedì la nazionale irachena di calcio gioca la sua prima partita ufficiale nel paese, dopo anni di assenza: il match dello stadio di Bassora contro la selezione di Hong Kong, rappresenta un nuovo segnale di un clima leggermente più sereno. Ma la tensione è comunque latente, soprattutto nelle regioni meridionali oltre che nella stessa Baghdad: l’impressione, stando ai racconti che arrivano dal paese arabo, è che quella di queste ore è solo una fragile tregua tra governo e manifestanti.

Le proteste che hanno sconvolto il paese

Tutto inizia lo scorso 1 ottobre, quando a Baghdad alcuni manifestanti si sono radunati in piazza Tahrir, stesso nome di altre piazze simbolo dei recenti moti di protesta nel mondo arabo, per protestare contro le condizioni di vita in alcuni quartieri della capitale. In poco tempo, le manifestazioni non solo iniziano a dilagare nel resto della capitale, ma anche nelle principali città del sud dell’Iraq. Ad essere maggiormente coinvolta, grazie al passaparola sui social, è la zona a maggioranza sciita del paese, quella maggiormente rappresentata avendo in parlamento e nel governo il maggior numero di deputati e ministri, ma anche quella più delusa. A fronte di una crescita importante, riscontrabile anche in questo 2019, dell’export del petrolio estratto proprio in gran parte dal sud del paese, queste regioni hanno difficoltà di accesso ai beni più basilari.

Da qui una rapida diffusione di proteste trasformatesi, nel giro di poco tempo, quasi in vere e proprie rivolte. Da quando è terminata la guerra contro lo Stato Islamico, che ha interessato maggiormente il nord dell’Iraq,non si erano mai registrate proteste di questa portata. E dire che, peraltro, queste non sono né le prime e né le uniche di questi mesi: proprio a Bassora e nelle altre città del sud dell’Iraq, nella scorsa estate del 2018 sono state parecchie le manifestazioni che hanno tenuto con il fiato sospeso le autorità. Nessuno, quando ad inizio mese vengono notate nuove rimostranze, poteva immaginare l’intensità poi riscontrata nelle proteste. Il bilancio parla tragicamente chiaro: sono 109 le vittime tra Baghdad, Bassora, Nassirya, Najaf ed altre località centro meridionali. Molti dei manifestanti, hanno denunciato alcune associazioni umanitarie, sarebbero stati uccisi da cecchini appostati sui tetti. 

Ci sarebbe quindi stata una repressione da parte del governo del premier (sciita anch’esso) Mahdi, non limitata soltanto alle cariche della polizia lungo le strade delle manifestazioni. Tra le vittime però, confermano da Baghdad, risultano anche agenti delle forze dell’ordine, segno che durante le proteste si sono avute vere e proprie battaglie. Il governo ha anche imposto una netta limitazione nell’uso dei social e di Whatsapp, ma soltanto da lunedì mattina si inizia ad assistere ad una relativa calma. Dovuta, come detto prima, forse più ad una tregua momentanea che ad altro.

Le ragioni delle proteste

Tutto l’Iraq è una vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Nel nord la ricostruzione, dopo la cacciata dell’Isis, tarda ad arrivare. Nella regione autonoma curda i problemi economici, figli anche di un’instabilità politica interna solo di recente parzialmente superata, attanagliano la quotidianità di province debilitate anche dalla guerra allo Stato Islamico. Nel sud, come detto, il petrolio non sta portando ricchezza ed anzi spesso la popolazione ha a che fare con problemi da paesi del terzo mondo: l’acqua non è ovunque potabile, l’elettricità viene erogata con difficoltà, le strutture sanitarie sono carenti e non riescono a dare risposte adeguate al territorio. Problemi basilari, a cui si aggiungono quelli macro economici che parlano di una disoccupazione che ha sforato oramai il 25%, specie tra i giovani, e da un potere d’acquisto delle famiglie irachene sempre più ridotto.

A questo occorre sommare i problemi relativi alla debolezza delle istituzioni centrali, divorate da una corruzione oramai endemica e che l’attuale governo non è riuscito fino ad oggi ad estirpare. Ben si intuisce dunque come mai l’Iraq di oggi assomiglia ad una polveriera, tenuta a bada a stento dalle fragili autorità locali e la cui deflagrazione avrebbe effetti negativi sul già infuocato medio oriente. Il tutto poi, mentre il paese si trova nel bel mezzo del braccio di ferro tra le varie potenze regionali. Una condizione che è possibile osservare anche da un punto di vista geografico: l’Iraq è a cavallo tra Iran ed Arabia Saudita, i due duellanti principali del medio oriente si contendono un paese che deve stare attento anche a non urtare con gli Usa, i cui soldati sono ancora ben presenti nel suo territorio. Fragilità interne e ruolo delicato a livello di politica estera: una miscela che difficilmente farà, nel breve periodo, l’Iraq un paese normale.

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