Guerra /

La petroliera iraniana Sanchi, in fiamme dal 6 gennaio nel Mar Cinese orientale dopo essersi scontrata con un mercantile cinese CF Crystal, è completamente affondata. E adesso si teme un disastro ambientale di proporzioni gigantesche. La nave trasportava un carico di 136mila tonnellate di petrolio raffinato ultraleggero (circa un milione di barili), una quantità enorme che preoccupa le autorità degli Stati vicini all’incidente – 160 miglia nautiche a largo di Shanghai -, se si pensa che l’incidente della Exxon Valdez che causò il disastro ambientale in Alaska nel 1989 causò lo sversamento di 41 milioni di litri di petrolio in mare portando un carico molto simile a quello della Sanchi. Mohammad Rastad, il portavoce della squadra di soccorso iraniana inviata a Shanghai subito dopo la notizia dell’incidente, ha riferito ai giornali che due terzi del contenuto della petroliera sono già in mare. I giornalisti che hanno avuto modo di sorvolare l’area dell’incidente parlano di una chiazza di greggio che si estenderebbe per circa 10 chilometri. La State Oceanic Administration, l’agenzia statale cinese che si occupa del monitoraggio delle acque marine, ha detto che “non c’è al momento una grande minaccia ambientale all’ecosistema marino” perché la gran parte degli idrocarburi trasportati “si è dispersa nell’aria”. Ma i dubbi restano, a giudicare dalle informazioni che arrivano da parte dei media.

[Best_Wordpress_Gallery id=”813″ gal_title=”PORTAEREI MCCAIN”]

La dinamica dell’incidente resta ancora da chiarire e le autorità cinesi non hanno ancora dato informazioni precise che possano contribuire a fare luce su quello che può diventare una delle peggiori catastrofi ecologiche del secolo. La scatola nera è stata recuperata sabato. Finora, quello che si sa è che la petroliera, battente bandiera panamense e di proprietà della National Iranian Tanker Company (Nitc), stava inviando i suoi prodotti alla società sudcoreana Hanwha Total. La nave cisterna, gestita dall’Iran’s Glory Shipping, si è entrata in collisione con la CF Crystal, battente bandiera di Hong Kong, che trasportava 64mila tonnellate di grano. L’altra nave è stata danneggiata ma “senza mettere a repentaglio la sicurezza della nave”, tanto che sono stati messi in salvo tutti e 21 i membri dell’equipaggio. Per l’equipaggio della Sanchi, invece, niente da fare: tutti morti i marinai a bordi – 30 iraniani e due bengalesi – e solo tre cadaveri ritrovati. Il ministero dei Trasporti cinese ha riferito che “dopo aver recuperato la scatola nera, i soccorritori avevano cercato di raggiungere le aree comuni, ma la temperatura ha raggiunto 89 gradi Celsius e non sono riusciti a entrare”. Parole che hanno fatto sollevare critiche da parte iraniana e che la Cina aveva respinto parlando di avverse condizioni meteorologiche e d’impossibilità dovuta ai gas tossici.

Sarà ora la scatola nera a far comprendere la dinamica dell’incidente. Una collisione, l’ennesima nel Pacifico occidentale, che vive ormai a cadenza periodica incidenti di questo tipo. Nell’ultimo anno a far scalpore furono gli incidenti alla marina militare degli Stati Uniti, ben quattro nell’arco di un anno e alcuni dei quali con il coinvolgimento di navi civili asiatiche. A fine estate del 2017, la Us Navy contava un bilancio tragico: 17 marinai morti, due navi fuori uso nel momento più caldo della tensione con la Corea del Nord e la rimozione del comandante della Settima Flotta nell’imbarazzo generale del Pentagono. L’ultimo episodio fu quello della Uss John McCain, scontratasi con la petroliera Alnic nello stretto di Malacca ad agosto del 2017. A giugno fu la volta della Uss Fitzgerald, “colpito” da un cargo filippino. Il 9 maggio era stata poi la Uss Lake Champlain a scontrarsi con un peschereccio della Corea del Sud. Incidenti che causarono alla fine la sospensione, per due giorni, dell’attività di tutta la Marina Usa per analizzare l’intera flotta e capire se dietro non vi fossero problemi legati alla sicurezza. In quel caso molti, sottovoce, iniziarono a parlare di attacchi hacker da parte di Stati nemici – il dito venne puntato, ovviamente, su Cina, Corea del Nord e Russia – sui sistemi di guida e satellitari. Il governo cinese, da sempre particolarmente interessato al traffico marittimo che va dall’oceano Indiano al Pacifico, tacciò la flotta Usa di comportamenti pericolosi che minavano la sicurezza delle rotte navali asiatiche. E adesso, invece, a subire questa curiosa e fin troppo comune dinamica di incidente in quell’area del mondo è stata una nave iraniana contro una nave cinese. Un curioso caso del destino che lega Cina, Iran e Corea in uno dei momenti più importanti per tutti e tre i Paesi: l’Iran sotto torchio degli Usa per l’accordo sul nucleare e le proteste nelle piazze; la Corea del Sud per i colloqui con la Corea del Nord; la Cina che si erge a rivale Usa, scalda i motori per il controllo del Mar Cinese meridionale ed accusata di contrabbando di petrolio. Allontanando il complottismo, verrebbe da dire che la situazione della pericolosità del Pacifico sia ormai divenuta una questione di primaria importanza per gli Stati che sono bagnati dalle sue acque. Da lì passa buona parte del commercio mondiale e le sue rotte sono le più ricche del pianeta. E non è un caso che la sfida fra blocco cinese blocco Usa si giochi proprio per il controllo di quelle acque. 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.