Dalle parti Ankara devono avere un macabro senso dell’umorismo. La seconda guerra siriana, così come l’ha definita Umberto Giovannangeli sull’Huffington Post, inizia sotto i colpi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”, lanciata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan contro i curdi di Afrin.

La genesi dell’operazione

Inizia tutto con la notizia che gli Stati Uniti d’America starebbero addestrando 30mila miliziani al confine tra Siria e Turchia al fine di proteggere i territori controllati dai curdi. La reazione di Erdogan è di fuoco: “Siamo pronti a stroncarli. Le Forze Armate turche risolveranno la questione di Afrin e Manbij il prima possibile. Abbiamo ultimato la nostra preparazione, un’operazione potrebbe iniziare in qualsiasi momento” (15 gennaio 2018). 

Lo stesso giorno Ankara schiera 24mila veicoli militari al confine siriano. Non sono solamente una minaccia. Sono i primi movimenti di una nuova battaglia, che apre una nuova fase del conflitto. I mezzi entrano nel distretto di Reyhanli, nella provincia sud orientale di Hatay.

Il 16 gennaio il capo dell’esercito turco Hulusi Akar incontra Joseph Dunford, che guida le forze armate americane e, contemporaneamente, il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu chiede agli Stati Uniti “da che parte stare. Noi prenderemo le nostre contromisure e non ci interessa chi li sostiene e chi c’è dietro”. Come dire: poco importa che i curdi siriani sono appoggiati da Washington. Quello che conta è stroncare questa minaccia. Una posizione rilanciata dallo stesso Erdogan: “Cara Nato, siete obbligati a prendere posizione se un alleato subisce molestie e minacce ai propri confini. In breve distruggeremo a uno a uno i covi dei terroristi di Afrin e Manbij”. Nel frattempo, oltre ai carri armati cominciano a spostarsi anche le truppe dell’Esercito siriano libero, da sempre appoggiato da Ankara e ora pronto a fare il lavoro sporco contro i curdi. 

La tensione è palpabile anche a Damasco. Il vice ministro degli Esteri siriano, Faisal Meqdad, avverte la leadership turca: “Se inizieranno operazioni di combattimento nell’area Afrin, ciò sarà considerato un atto di aggressione da parte dell’esercito turco. Le difese aeree siriane hanno ripreso la loro piena efficienza e sono pronte a distruggere gli obiettivi dell’aviazione turca nei cieli della Repubblica araba siriana”.

Ma poi qualcosa cambia. Un’azione simile in Siria non è possibile senza il placetdi Vladimir Putin. Il 18 gennaio il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, afferma che “la situazione sarà più chiara dopo i colloqui previsti questa sera in Russia”. Volano infatti a Mosca il capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan e il capo dell’esercito Hulusi Akar. Non si sa quale sia stato il tenore dell’incontro, ma una cosa è certa: il giorno dopo, ovvero il 19 gennaio, il contingente russo presente ad Afrin si ritira. È il via libera per l’operazione “Ramoscello d’ulivo”. La battaglia può iniziare.

Cominciano a piovere i colpi d’artiglieria sulle posizioni dello Ypg a Afrin: “L’operazione è di fatto iniziata sul campo – afferma Erdogan – Poi sarà la volta di Manbij. Il Pkk, le Ypg e il Pyd sono tutti la stessa cosa: nomi diversi non cambiano il fatto che si tratta di organizzazioni terroristiche. In Siria giocano a modo loro cambiando il nome di un’organizzazione terroristica. Chi volete prendere in giro?”.

Diplomazia di guerra

Il 20 gennaio, Cavusoglu dice: “Abbiamo informato tutte le parti di ciò che stiamo facendo. Abbiamo anche informato il regime siriano per iscritto. Sebbene non abbiamo relazioni con il regime, stiamo facendo in passi necessari nel rispetto della legge internazionale”. Damsco però nega: “La Siria smentisce completamente le affermazioni del regime turco di aver informato di questa operazione militare”. Parole dure anche da parte del presidente siriano Bashar al Assad: “La brutale aggressione turca sulla città siriana di Afrin è indissolubile dalla politica del regime turco, dal primo giorno della crisi siriana, una politica essenzialmente fondata sul sostegno al terrorismo e alle organizzazioni terroriste, quali che siano”. Ma Damasco non ha reagito. 

È chiaro che dietro all’operazione “ramoscello di ulivo” ci siano soprattutto gli interessi di Ankara. Secondo Giovannangeli, che cita l’opinione dei curdi siriani, ci sarebbe però anche qualcosa di più: “Tra Erdogan e Putin è avvenuto uno ‘scambio’: in cambio della luce verde per le forze di Ankara ad Afrin, la Turchia avrebbe dato carta bianca alle forze di Mosca per annientare i gruppi sunniti ribelli concentrati nell’area di Idlib, città del Nord della Siria ritenuta fondamentale per gli interessi russi nel Paese mediorientale. In gioco non c’è solo il controllo di un’area strategica della devastata Siria ma la spartizione del territorio in prospettiva, non troppo lontana nel tempo, del dopo Assad”.

“Gli Usa incoraggiano il separatismo curdo”

Oggi, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto che Mosca sta seguendo “con la massima attenzione” l’operazione dell’esercito di Ankara in Siria e che i rappresentanti della Federazione russa “sono in contatto con la leadership siriana e turca a questo proposito”.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha affermato che gli Stati Uniti non stanno facilitando il dialogo dei curdi con Damasco e “in modo attivo continuano ad incoraggiare il sentimento separatista. Cercando di capire i motivi di tale politica di Washington non rimane altro che supporre che si tratti o di una mancata comprensione di tutta la situazione o di una deliberata provocazione”.

Erdogan: “Ci fermeremo quando avremo finito”

Il presidente turco, oggi, ha rincarato ancora la dose, mentre proseguono le operazioni militari in Siria: “L’operazione proseguirà fino a quando il nostro lavoro non sarà portato a termine, non abbiamo bisogno di permessi da parte di nessuno”. Una frecciatina, nemmeno troppo velata, agli Stati Uniti…

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