Gli Stati Uniti sono “in modalità di recupero” per ripristinare la loro capacità di deterrenza e combattimento aumentando le dimensioni della flotta per competere con la Cina nell’Indopacifico. Sono state le parole dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale generale Herbert McMaster, riferite martedì scorso al comitato per i servizi armati del Senato statunitense.

Il generale dell’esercito in pensione McMaster, già consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Trump, quando era stata delineata la National Defense Strategy, disse che “tutti i servizi stanno affrontando un’ondata di spese” per soddisfare i requisiti richiesti dal documento programmatico. Per l’U.S. Navy, in particolare, il generale ha sostenuto la necessità di raggiungere l’obiettivo di dotarsi di oltre 400 navi da guerra con equipaggio. McMaster voleva anche che la flotta includesse un nuovo mix di navi da guerra più piccole e navi senza equipaggio, come abbiamo già avuto modo di raccontarvi. Inoltre, voleva che la flotta fosse dispersa sui vari scacchieri per contrastare i progressi tecnologici che Cina e Russia hanno compiuto nei sistemi di attacco di precisione.

Per decenni, “le forze congiunte statunitensi, via via sempre più piccole, hanno avuto impatti sempre maggiori su aree più ampie sulla base dei nostri vantaggi tecnologici”, ha affermato, aggiungendo che “tutto questo ora è stato messo in discussione, perché Russia, Cina e altri ci hanno studiato, specialmente dopo la Guerra del Golfo, e hanno sviluppato capacità per smantellare questi vantaggi differenziali”.

McMaster ha anche appoggiato le mosse per aumentare il dispiegamento avanzato delle forze nell’Indopacifico e in Europa in modo che gli Stati Uniti possano inviare chiari segnali a Pechino e Mosca che non tollereranno “l’annessione di un territorio non alleato” come la Crimea e l’impossessarsi arbitrario di “scogli” nel Mar Cinese Meridionale.

“Le dimensioni contano. Abbiamo bisogno di sistemi che si degradino lentamente [come navi senza equipaggio e sottomarini]” in ambienti soggetti a nuove tensioni militari, ha detto.

Per quanto riguarda le dimensioni e il mix della flotta, l’amministrazione Biden sta riesaminando le ipotesi avanzate nel piano di costruzione navale precedente prima di presentare una richiesta di budget per l’anno fiscale 2022.

In merito all’espansionismo cinese McMaster ritiene che “l’ambiguità strategica è adeguata” per lanciare il messaggio alla Cina di non invadere Taiwan. Il generale ha affermato che l’impegno degli Stati Uniti a vendere armi per rafforzare le difese di Taipei “per renderla indigesta” al drago cinese e le assicurazioni dell’amministrazione Trump di venire in difesa dell’isola se venisse attaccata ,sono avvertimenti abbastanza forti da scoraggiare un’invasione da parte di Pechino. Se tentasse un’invasione, “il costo per la Cina sarebbe enorme”, così come per Taiwan e gli Stati Uniti. McMaster su questa tematica fa un parallelismo storico molto interessante e significativo: il messaggio alla Cina dovrebbe essere che è libera di presumere che gli Stati Uniti non risponderanno a un’eventuale invasione, ma questa era la stessa ipotesi che era stata fatta nel giugno del 1950, quando la Corea del Nord invase la Corea del Sud, scatenando l’intervento statunitense e dell’Onu.

In una risposta a un’altra domanda, McMaster ha aggiunto che rafforzare le difese di Taiwan aiuterebbe anche il Giappone nelle sue contese territoriali con la Cina (le isole Senkaku) e rassicurerebbe le altre nazioni del Sudest Asiatico che gli Stati Uniti sono impegnati nella regione.

Secondo le prime indiscrezioni provenienti da oltre Atlantico il Comando Indopacifico (Indopacom) cercherà di ottenere 4,68 miliardi di dollari per la Indo-Pacific Deterrence Initiative nel prossimo anno fiscale. Vi avevamo già raccontato di come Washington, con la precedente amministrazione, abbia spostato il baricentro dell’attenzione militare verso il Pacifico e di come fosse stato ideato un programma di finanziamento simile all’European Deterrence Initiative voluta da Obama per rinforzare la sicurezza della nazioni dell’Est Europa in seguito a quanto accaduto in Ucraina nel 2014, ovvero l’annessione della Crimea alla Federazione Russa dopo quello che è stato un vero e proprio putsch.

La stessa strada sembra che sia stata intrapresa dall’amministrazione Biden, ed i segnali che giungono dagli Stati Uniti dipingono un quadro in cui il Pentagono sta rimodulando l’assetto delle sue Forze Armate in modo da contrastare la Cina nel vastissimo scacchiere Indopacifico. Oltre alla già citata U.S. Navy, che vedrà – possibilmente – aumentare il numero e la tipologia di unità navali, i Marines sono senza dubbio la forza armata che sta cambiando più di tutte, “mutando pelle” per riacquistare la sua vocazione anfibia e poter operare efficacemente in quel teatro per contrastare le attività navali cinesi, bolle A2/Ad comprese.

L’Indo-Pacific Deterrence Intiative diventa quindi fondamentale per recuperare terreno con la Cina, ma sebbene il divario in alcuni campi sia oggettivo (ad esempio l’ipersonico), non si deve correre il rischio di sovrastimare il “nemico”: un errore già fatto dagli Stati Uniti ai primi tempi della Guerra Fredda quando sovrastimò le capacità e la consistenza dell’arsenale nucleare sovietico – complice anche la disinformazione di Mosca – e che innescò una corsa agli armamenti che cessò solo con la stipulazione dei primi trattati sul disarmo bilaterale tra gli anni ’70 e ’80.

Sicuramente c’è anche una qualche forma di opportunismo “politico” da parte dei militari e del complesso industriale statunitense a voler esacerbare la narrazione di questo divario, ma guardando generalmente agli assetti messi in campo e al loro livello tecnologico, le Forze Armate statunitensi non sono così in difficoltà come si vuole far credere, pur sempre con tutte le eccezioni del caso date, soprattutto, dall’usura causata da decenni di operazioni militari all’estero e dai tagli al bilancio delle amministrazioni Obama. Pertanto, se un divario in qualche settore c’è, la sua percezione è stata ingigantita a tal punto da generare una sovrastima dell’avversario, che, dopotutto, deve ancora dimostrare in combattimento il valore delle sue “meraviglie tecnologiche”.

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