Il Medio Oriente è una delle regioni in cui gli attuali Stati nazionali hanno ereditato i confini dal periodo coloniale. Molte delle frontiere attualmente riconosciute sono quindi figlie più di accordi politici che di precisi percorsi storici e culturali. E in un’area caratterizzata da un ricco mosaico di etnie e di religioni, dove gli equilibri spesso risultano precari, tutto questo ha determinato nella storia recente non poche tensioni.

A volte, proprio quelle linee tracciate sulle mappe molti anni fa sono state oggetto di controversie e rivendicazioni. Con il risultato che ancora oggi i confini appaiono quindi spesso porosi e instabili, oltre che potenzialmente forieri di nuovi conflitti.

La questione israelo-palestinese

Quando si parla di confini mediorientali instabili, il primo riferimento non può non andare alle linee di demarcazione tra Israele e i territori palestinesi. I problemi in questo caso sono molteplici. In primo luogo, si tratta di frontiere non propriamente esistenti: nel 1993, grazie agli accordi di Oslo, è nata l’Autorità Nazionale Palestinese chiamata a governare l’amministrazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ma non esiste un vero e proprio Stato palestinese con propri confini e propri territori su cui esercitare la propria sovranità.

In secondo luogo, i confini non sono mai stati ben definiti. A livello internazionale, si fa riferimento alle linee tracciate dall’armistizio, firmato tra Israele e i Paesi arabi vicini, del 1949. Con questo documento, il territorio israeliano ha inglobato il 78% del territorio dell’ex mandato britannico di Palestina. Risale al 1949 la creazione delle due aree a maggioranza araba, la Cisgiordania per l’appunto e la Striscia di Gaza. La prima, comprendente anche Gerusalemme Est, è stata annessa dall’emirato di Transgiordania, ossia l’odierno Regno di Giordania. Gaza invece è passata nelle mani dell’Egitto, seguendo una parte dei confini internazionali tracciati in precedenza nel 1906.

palestina e Israele mappa
Mappa di Alberto Bellotto

La situazione è nuovamente cambiata nel 1967, a seguito della guerra dei sei giorni. Israele ha occupato sia la Cisgiordania che la Striscia di Gaza, modificando quindi i confini consolidati nell’intervallo di 19 anni tra le due guerre. I Paesi arabi, così come l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), negli anni hanno rivendicato almeno un ritorno ai confini del 1949. Israele dal canto suo ha inglobato Gerusalemme Est, proclamando l’intera città di Gerusalemme come capitale dello Stato. Ad oggi però solo pochi governi riconoscono la metropoli come tale e gran parte delle ambasciate sono dislocate a Tel Aviv.

La questione relativa a Gerusalemme è forse uno dei cavilli più intricati. Nel 1993, il territorio affidato all’Amministrazione Nazionale Palestinese ha coinciso grossomodo con i confini del 1949, tranne che per Gerusalemme Est. Inoltre, all’interno sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza negli anni sono state impiantate numerose colonie israeliane, circostanza che ha reso ancora più complicata la questione relativa ai confini specie in previsione della nascita di un futuro Stato palestinese. Nel 2005 Israele ha abbandonato Gaza, evacuando (non senza proteste) le colonie. In Cisgiordania però non sono mancati progetti di espansione degli insediamenti.

Anche la costruzione di un muro, avviata nel 2002, tra Israele e territori palestinesi ha ulteriormente complicato il quadro. Il nuovo confine tracciato dal muro infatti non corrisponde in molte zone alla linea di demarcazione con la Cisgiordania fissata nel 1949. Più di recente si è tornato a parlare di confini: nel 2020 l’allora presidente Usa Donald Trump ha lanciato un piano per la creazione di uno Stato palestinese, non corrispondente però al confine cisgiordano. Il progetto è stato, come prevedibile, rigettato dai palestinesi. Sempre nel 2020 il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invece proposto l’annessione unilaterale della cosiddetta “Area C” della Cisgiordania, una zona lasciata nel 1993 sotto il controllo israeliano e caratterizzata dalla presenza di numerosi insediamenti. Anche di questa proposta però non si è fatto nulla.

Senza una chiara determinazione dei confini ogni proposta di pace è destinata a fallire. Mancherebbero infatti le basi fondamentali per il principio dei “due popoli e due Stati”, particolarmente seguito dopo gli accordi di Oslo.

razzi israele gaza
Mappa di Alberto Bellotto

Il “Siraq”

La questione israelo-palestinese ha comunque delle peculiarità rispetto agli altri dossier della regione. Si tratta di un caso dove le tensioni sorgono costantemente per via di confini non delimitati. Ci sono però situazioni dove le tensioni nascono da frontiere invece ben tracciate già da decenni. Come ad esempio tra Siria e Iraq. Da alcuni anni è entrata in uso l’espressione “Siraq“, coniata dalla fusione dei nomi dei due Paesi in questione. I loro confini si intrecciano nel deserto, correndo lungo una linea delimitata nel 1916 all’indomani della fine del dominio ottomano nell’area.

Una linea che non ha mai seguito alcuna chiara indicazione territoriale. Il trattato di Sykes-Pikot, con cui è stato stabilito il confine oggi internazionalmente riconosciuto tra Damasco e Baghdad, ha diviso con una riga sulla mappa la zona sotto influenza britannica da quella sotto possedimento francese. La prima poi ha dato vita all’Iraq, la seconda alla Siria. Ma ancora oggi chi vive in prossimità del confine, non ha la percezione di appartenere a due distinte entità. Attorno alla linea di Sykes-Pikot risiedono popolazioni a cui poco importa di considerarsi iracheni o siriani. E i due Stati cercano così, a distanza di più di cento anni, la loro vera identità.

Mappa di Alberto Bellotto

Si è iniziato a parlare di Siraq quando l’Isis, mentre dilagava da Mosul a Raqqa, ha abbattuto il confine dato dal trattato di Sykes-Pikot. In quel modo lo Stato Islamico ha fatto non pochi proseliti: chi vedeva in quella linea di frontiera un’imposizione occidentale figlia del colonialismo, si è avvicinato alla causa jihadista. Oggi che il califfato non c’è più, quel confine ha assunto maggiore importanza: da qui passano le speranze dell’Iran di costituire la grande “mezzaluna sciita” tra Teheran e Beirut, da qui però passano anche le ambizioni Usa di isolare ulteriormente la Repubblica Islamica.

Lo dimostra che nelle località a ridosso della frontiera siro-irachena le tensioni sono ancora molto forti. Ad Al Tanf, all’interno del territorio siriano, c’è un contingente statunitense il cui obiettivo è quello di evitare l’arrivo di rifornimenti iraniani diretti a Damasco. Ad Al Qaim, località irachena al confine con la Siria, pochi giorni fa un misterioso raid ha distrutto un convoglio di aiuti iraniani indirizzati verso il Libano.

“Afpak”: da qui passa il futuro del dossier afghano

In medio oriente c’è poi un’altra linea di confine che prende il nome da chi l’ha tracciata. É la “linea Durand“, la quale divide l’Afghanistan dal Pakistan. E anche in questo caso è stato coniato un termine dalla fusione dei nomi dei due Paesi: Afpak. Quasi a indicare come in realtà la frontiera non è percepita come tale da molte delle persone che abitano nelle regioni limitrofe. Il termine è stato usato per la prima volta dall’amministrazione statunitense guidata da Barack Obama e non è un caso: tra questi porosi confini è passata la guerra in Afghanistan, con la lotta ad Al Qaeda e il tentativo poi vano di eliminazione dei talebani.

Con Afpak si è quindi intesa un’unica grande regione dove si sono mossi tutti i principali attori di quel conflitto. Le particolarità di questo confine si devono soprattutto al fatto che la linea passa nel cuore delle regioni abitate dai pasthun. L’etnia cioè predominante in Afghanistan e nei settori orientali del Pakistan. La linea Durand è stata tracciata nel 1893 e deve il suo nome a Sir Mortimer Durand, segretario agli Esteri dell’impero britannico in India. L’obiettivo era dare un territorio definito all’Afghanistan, in modo da farne uno Stato cuscinetto e bloccare le avanzate russe nell’area. L’accordo è stato siglato con l’emiro afghano Abdur Rahman Khan. Il confine, tra le altre cose, ha anche impedito la formazione di una vasta area comune a influenza pasthun.

Forse è proprio questo uno dei motivi per cui ancora oggi la linea Durand viene messa in discussione. Sia da Kabul che da Islamabad sono arrivate negli anni velati accenni a una modifica del confine. A volte però la frontiera nei fatti è inesistente. I talebani, di etnia pashtun, hanno trovato appoggio da entrambe le parti del confine. Dalla linea Durand passano ancora oggi traffici di ogni tipo: a partire dall’oppio, fino alle armi e ad altre merci oggetti di contrabbando. Controllare il confine è di fatto impossibile, anche per le sue caratteristiche territoriali.

Mappa di Alberto Bellotto

La nuova linea di tensione nel sud della Turchia

Nel 2023 forse il confine da guardare con maggiore attenzione è quello che scorre nelle regioni meridionali della Turchia. Al di là della frontiera ci sono infatti le zone a maggioranza curda in Siria e in Iraq. Ankara ha già fatto intendere di voler intervenire via terra in territorio siriano dopo averlo fatto negli ultimi giorni per via aerea. I confini qui costituiscono un serio problema, almeno dalla prospettiva turca, in quanto né Damasco e né Baghdad riescono ad avere il totale controllo delle regioni curde. La Siria per via di una guerra civile che ha portato il nord a essere in mano delle Sdf, le forze curde. L’Iraq invece da anni non sembra in grado di controllare le province più settentrionali della regione autonoma curda.

Per questo la Turchia, specialmente dal 2016 in poi, è più volte intervenuta. Ad oggi i confini sembrano essere diventati il principale terreno di battaglia tra Ankara e il Pkk, il partito dei lavoratori curdo inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche in Turchia. Erdogan si è spinto in Siria fino a prendere, tramite forze siriane addestrate dai propri servizi segreti, porzioni di territorio al di là del confine con Damasco. E, allo stesso tempo, con l’avallo di Baghdad è intervenuta anche in Iraq. Negli ultimi mesi i confini curdo-iracheni sono diventati terreno di scontro anche sul versante iraniano. Teheran ha il sospetto che proprio da qui i curdi facciano passare le armi destinate a sostenere i gruppi in piazza da settembre contro gli ayatollah.

Le mani della Turchia sul Kurdistan (Alberto Bellotto)
Le mani della Turchia sul Kurdistan (Alberto Bellotto)

I confini caldi lungo le rotte dell’immigrazione

Le frontiere tracciate nel deserto hanno un impatto anche sul fronte migratorio. Il confine libico-nigerino ad esempio, è ancora oggi solcato da migliaia di migranti che provano a raggiungere le città costiere della Libia per imbarcarsi alla volta dell’Italia. Un problema sottolineato già nell’era di Muammar Gheddafi, con il rais che aveva chiesto a Roma la realizzazione di un progetto per blindare e monitorare il confine. Oggi, con lo stallo all’interno della Libia, la linea di frontiera è controllata stabilmente da contrabbandieri e trafficanti.

Da non sottovalutare inoltre i confini libico-egiziani e libico-tunisini. Anche qui la sabbia del deserto spesso tende a cancellare le linee di frontiera. Con il risultato che le organizzazioni criminali riescono a portare verso i porti libici migliaia di migranti. Lo si è notato soprattutto in relazione all’Egitto, con il Viminale che nel 2022 in Italia ha registrato una forte impennata di cittadini egiziani sbarcati lungo le nostre coste.

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