Da alcune settimane risulta abbastanza semplice notare che a Mosca vige una sorta di doppio binario, se non nella conduzione, quantomeno nella comunicazione della guerra. Ne è prova la giornata odierna, nella quale si sono sovrapposti due messaggi uguali e contrari all’Ucraina e a tutti i nemici della Russia.

Medvedev sventola la minaccia nucleare

Da un lato, Dmitrij Medvedev che, assunto ormai il ruolo di falco sodale con lo zar Putin, ha tuonato: “La Federazione Russa ha diritto a utilizzare armi nucleari se necessario”, aggiungendo che anche se la Russia sarà costretta a usare l’arma più terribile contro Kiev, “la Nato non interferirà direttamente nel conflitto”; dall’altro, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov che riferisce (leggi pure “è stato autorizzato a riferire”) che il presidente russo avrebbe dichiarato, in un colloquio con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che la Russia rimane pronta a negoziati con l’Ucraina, ma con la situazione che cambia (i referendum? le sanzioni?), cambiano anche le condizioni per tali trattative. Messaggi che sparigliano le carte, mandando in tilt le eminenze grigie al di qua degli Urali, proprio nel giorno in cui si completano i referendum-farsa nelle zone occupate.

Anche a Samarcanda, in occasione del vertice Sco, Putin aveva detto, sempre parlando con Erdogan, che sarebbe stato possibile il dialogo con l’Ucraina anche se “Il principio in generale rimane lo stesso. Proprio come gli obiettivi dell’operazione militare speciale. Gli ucraini hanno abbandonato completamente il percorso negoziale. Per questo, l’operazione militare prosegue”. Messaggi contraddittori che spoilerano la pace, o meglio la sua necessità, ma che poi vengono spazzati via dai fatti, come la proclamazione della mobilitazione parziale in Russia degli ultimi giorni.

Qual è il gioco di Mosca?

C’è da chiedersi, allora, a che gioco stia giocando Mosca. E quanto o come e perché Erdogan faccia la parte dell’uccellino che riferisce segreti all’orecchio. Esattamente una settimana fa, il presidente turco aveva raccontato apertamente che il presidente russo sembrava disposto a mettere fine il prima possibile alla guerra in Ucraina: le sue parole erano state rilasciate in un’intervista con l’emittente statunitense Pbs a margine della sua visita a New York, prima del suo intervento alle Nazioni Unite.

In quest’occasione il suo omologo russo gli avrebbe “mostrato di essere disposto a farla finita il prima possibile”. Questa almeno la sua impressione, considerando l’andamento delle cose. E che le cose stiano andando male, in Ucraina come in Russia, è ormai abbastanza evidente. E le dichiarazioni sempre più aggressive da parte del Cremlino ne sono la prova. Per comprendere l’immediato futuro, tuttavia, si deve attendere il 30 settembre prossimo. Il presidente Putin dovrebbe rivolgersi a entrambe le Camere del Parlamento russo e potrebbe usare il discorso per annunciare formalmente l’adesione dei territori occupati dell’Ucraina alla Russia. Secondo l’intelligence britannica, “i leader russi sperano quasi certamente che qualsiasi annuncio di adesione venga visto come una rivendicazione dell”operazione militare speciale’ e consolidi il sostegno patriottico al conflitto”. Forse.

A che gioco sta giocando Erdogan?

A questo punto diventa interessante capire il ruolo di Erdogan, il leader spesso dimentico di esser membro Nato ma che ha tutto da guadagnare nel ripulire la propria immagina nell’Alleanza Atlantica e in patria. Escludendo che il presidente turco possa aver riferito una confidenza privata o essersi permesso di tradurre un atteggiamento del Cremlino, è abbastanza chiaro che è da tempo usato come cartina al tornasole degli umori della controparte, più che come il negoziatore nel quale speravamo. Interessanti solo le sue dichiarazioni, passate in sordina, nella stessa intervista newyorkese di cui sopra.

Erdogan, ad esempio, è stato molto chiaro sui territori occupati, quando gli è stato chiesto se la Russia dovesse essere autorizzata a mantenere parte del territorio che ha sottratto all’Ucraina. La sua risposta è stata “No, e senza dubbio no… Se si vuole stabilire una pace in Ucraina, ovviamente, il ritorno della terra che è stata invasa diventerà davvero importante. Questo è ciò che ci si aspetta. Questo è ciò che si vuole. Il signor Putin ha compiuto alcuni passi. Abbiamo fatto alcuni passi. Le terre che sono state invase saranno restituite all’Ucraina”. Di fronte a questa risposta c’è da chiedersi chi stia parlando qui (certamente è Erdogan che parla per sé) e se questa non sia una precondizione per la stessa Turchia per mediare il conflitto. Ma c’è ancora di più nell’intervista: Erdogan chiama l’invasione con il suo nome ammettendo che nessun leader ammetterà mai di aver fatto un errore. Sono parole forti che si fa fatica a pensare nello stesso discorso che cita la “voglia di pace” di Mosca.

Il doppio binario di Mosca

Il rischio, adesso, è che Erdogan diventi il microfono delle contraddizioni di Mosca. Che più che tali, forse, sono una precisa voglia di avere il piede in due staffe in un momento di confusione e perdita sul campo e di disordine in patria, acuito dal fantasma della mobilitazione. Sventolare la minaccia nucleare e mandare messaggi concilianti a mezzo Erdogan potrebbero essere frutto non solo di una catena di comando allo sbando ma un’intenzione precisa di lasciare nelle mani occidentali la prima mossa, militare o diplomatica che sia. Come è stato ribadito più volte, bisogna saper distinguere tra dottrina politica e militare russa: la retorica politica deve essere presa per ciò che è, tutt’altro rispetto alla dottrina nucleare, in mano a professionisti decisamente meno inclini alle bordate della politica. Cremlino compreso.

Nei messaggi contraddittori di oggi, inoltre, non deve essere sottovalutata la smania di Medvedev di ricollocarsi nella Russia del futuro. Potrebbe, infatti, essere lo stesso Cremlino a volerlo fuori dai giochi: non è sfuggito a nessuno, infatti, che il 13 maggio scorso, solo due ore dopo aver gettato alle ortiche il piano di pace italiano, la Tass si affrettò a battere una precisa dichiarazione di Peskov, una sorta di smentita indiretta: “Non abbiamo ancora esaminato il piano, confidiamo di riceverlo presto da canali diplomatici”. L’episodio, passato in secondo piano per via degli sviluppi successivi e dei toni più gravi dei giorni a venire, è stato un segno importante su come Medvedev probabilmente non sia né un protégé tantomeno un delfino.

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