Quando la Corea del Nord ha effettuato l’ultimo test missilistico si è ripetuto il solito copione diplomatico. Gli Stati Uniti hanno condannato la mossa di Pyongyang definendola una provocazione, oltre che una violazione di molteplici risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Washington ha inoltre spiegato che, nel caso in cui Kim Jong Un dovesse andare ancora oltre, effettuando un test nucleare, questo sarà accolto da “una decisione forte” e da “una risoluta risposta della comunità internazionale”. Dalla Casa Bianca hanno quindi fatto sapere che “la strada per il dialogo resta aperta”.

Diverso è stato l’approccio utilizzato dalla Cina che, come sempre in relazione alla Corea del Nord, ha auspicato una “soluzione politica” della questione coreana e chiesto a tutte le parti interessate un “dialogo significativo” per risolvere le preoccupazioni reciproche. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, è stata chiara: la Cina “presta molta attenzione” alla situazione nella penisola coreana, “mantiene la pace e la stabilità e previene il deterioramento e l’escalation della situazione”.

Il governo nordcoreano sembra tuttavia infischiarsene sia dei moniti lanciati dagli Stati Uniti che dei messaggi cinesi. Al punto che è lecito supporre una sorta di upgrade all’interno del sistema politico nordcoreano, con Kim riuscito finalmente a smarcarsi dagli influssi provenienti da Pechino.

Negli ultimi anni l’ombra del gigante asiatico sul piccolo vicino di casa aveva sempre, in un certo senso, scoraggiato il Nord dal superare pericolose linee rosse o dare il via a inutili escalation: è ancora così? Domanda più che attuale. Anche perché, di fronte al Worst Case Scenario (leggi: lo scoppio della guerra con la conseguente sconfitta della Corea del Nord), la Cina rischierebbe, in un colpo solo, di ritrovarsi le forze americane a due passi dai suoi confini settentrionali, di salutare un prezioso alleato-cuscinetto, sostituito da una penisola coreana a trazione Usa, armata fino ai denti, e di fare i conti con un’ondata di affamati profughi nordcoreani. Pur condannando gli Stati Uniti, la Cina ha insomma cercato il più possibile di comprendere le esigenze di Pyongyang.

Se, entro certi limiti, il Dragone ha sempre e indirettamente influenzato le mosse del Nord, convincendo i Kim a non spingersi troppo oltre, oggi la Repubblica Popolare Cinese appare quasi colta alla sprovvista da un audace e apparentemente avventato Kim Jong Un. La sensazione è che, con o senza il benestare cinese, il Nord condurrà il suo settimo test nucleare. A quel punto sarà interessante capire come e se Xi Jinping sosterrà più o meno indirettamente il presidente nordcoreano.

Rispetto al dibattito sulla guerra in Ucraina, dove Pechino può ancora permettersi di restare ai margini, la questione coreana richiederà un massiccio coinvolgimento cinese. Nel bene ma, soprattutto, nel male. Ma la Cina si trova ancora nella posizione di poter dissuadere Pyongyang oppure Kim è, in un certo senso, ormai incontrollabile?

Il fattore Kim

Qualora lo scenario dovesse ulteriormente surriscaldarsi, la Cina sa quali sarebbero le conseguenze. All’indomani del test nordcoreano di un missile balistico intercontinetale, tecnicamente capace di raggiungere anche il territorio continentale Usa, Washington ha dispiegato un bombardiere strategico B-1B nella penisola coreana per un’esercitazione aerea congiunta con la Corea del Sud.

Ben sapendo che Pechino vede come fumo negli occhi il dispiegamento di armi e mezzi americani al Sud, gli Stati Uniti continueranno sempre di più a chiedere alla Cina di usare tutta la sua influenza per frenare Pyongyang. “Farà sicuramente parte della nostra diplomazia cercare di convincere la Cina ad unirsi ai Paesi che oggi la condannano”, ha dichiarato un alto funzionario che accompagna la vicepresidente Usa Kamala Harris in un viaggio in Asia. Detto altrimenti: Washington vuole che la Cina inizi ad “usare la sua influenza per persuadere” Kim Jong Un.

Kim potrebbe però avere altri piani. Se il nemico continuerà a minacciare la Corea del Nord dispiegando la sua capacità di attacco nucleare, “il nostro partito e il governo della Corea del Nord risponderanno alle armi nucleari e al confronto testa a testa”, ha dichiarato il leader nordcoreano, citato dall’agenzia di stampa Korean Central News Agency. Minacce e test vanno avanti da mesi e, a meno di repentine svolte, continueranno ancora. Almeno fino a quando Pyongyang non otterrà ciò che chiede da tempo: entrare a far parte del club delle potenze nucleari e alleggerire, se non cancellare, le sanzioni internazionali.

Il ruolo della Cina

Ci sono almeno tre ragioni per provare a spiegare perché la Corea del Nord ha incrementato il numero dei suoi test. La prima: semplicemente – si fa per dire – per testare e migliorare il proprio arsenale. La seconda: per inviare un messaggio politico al mondo (principalmente agli Stati Uniti). La terza: per impressionare il popolo e rafforzare la lealtà nei confronti del governo.

A differenza del passato Kim è stato però abbastanza esplicito, spiegando più volte che i recenti lanci sono risposte alle esercitazioni militari condotte da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Per la Cina la situazione è delicatissima. In un contesto normale, per Pechino la Corea del Nord rappresenta una risorsa strategica da gestire al meglio in chiave anti statunitense. In che modo? Facciamo un esempio: se gli Stati Uniti vogliono che la Cina sostenga ulteriori sanzioni contro la Corea del Nord, è improbabile che i cinesi accettino, a meno che Washington non ricambi su altri fronti. In realtà questo do ut des è più teorico che non pratico. Poco importa, perché esiste, e rappresenta per Xi Jinping una leva da attivare in caso di necessità.

Lo stesso Xi sta osservando attentamente la risposta degli Stati Uniti alle provocazioni della Corea del Nord e traendo lezioni sulla credibilità statunitense. Probabilmente un test nucleare del Nord non farebbe affatto piacere a Pechino, ma impedire a Kim di effettuarlo, per la Cina, vorrebbe dire entrare a gamba tesa sulla questione nordcoreana (bloccando, ad esempio, il commercio o le esportazioni di prodotti strategici).

Nuove garanzie

L’intervento a gamba tesa dei cinesi è fuori discussione. Per uscire dall’impasse la Cina potrebbe allora spingere verso una di queste due soluzioni. La prima coinciderebbe con uno dei grandi desideri del Nord: riconoscere la Repubblica Popolare Democratica di Corea come una potenza nucleare. Il ragionamento base è che, ad oggi, sperare in una denuclearizzazione del Nord vorrebbe dire scatenare una guerra con Kim con tutte le gravissime conseguenze del caso. Come se non bastasse Pyongyang è già in grado di maneggiare l’arte del nucleare.

La seconda soluzione, anticipata nel 2017 in un lungo saggio di Foreign Policy, è quella di offrire nuove garanzie alla Corea del Nord.

L’unico modo per scongiurare uno scontro nucleare è quello di garantire a Kim Jong Un che gli Stati Uniti non invaderanno e non potranno invadere il suo Paese. Ma come convincere Pyongyang? È qui che dovrà farsi avanti la Cina. Non solo a parole, ma anche dispiegando le proprie forze militari sul territorio nordcoreano. Una simmetrica politica di rassicurazione potrebbe coinvolgere circa 30.000 militari cinesi, per un totale paragonabile alle forze statunitensi presenti a sud del 38esimo parallelo.

In altre parole, la Cina garantirebbe per la Corea del Nord mentre gli Stati Uniti farebbero lo stesso – come già stanno facendo – per la Corea del Sud. Certo, a quel punto l’affare coreano diventerebbe a tutti gli effetti un tema gestito da Pechino e Washington. Ma il sempre più incontrollabile Kim potrebbe così finalmente placare le sue paure.

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