Il Mar Nero diventa l’osservato speciale della guerra in Ucraina. Il blocco dei porti e il pericolo delle mine rappresentano enormi pericoli per la sicurezza della navigazione in quelle acque e in particolare per i mercantili che dovrebbero trasportare i cereali e i fertilizzanti dai porti ucraini. Un problema mondiale, dal momento che tanti Paesi attendono le derrate alimentari provenienti da quei terminal per evitare il rischio di inquietanti crisi di approvvigionamento.

Da tempo l’Italia, l’Unione europea e la Nato sono a lavoro per permettere ai cargo di navigare in tranquillità nelle rotte del Mar Nero. La Gran Bretagna aveva parlato di una “coalizione di volenterosi” per scortare le navi dirette verso il Mediterraneo. L’Ue, come riportato in esclusiva dal quotidiano spagnolo El Pais, dovrebbe proporre un piano su cui lavorano in particolare Roma, Parigi e Berlino. E l’Italia, come aveva riferito lo stesso premier Mario Draghi, ha già fatto capire di essere pronta a collaborare in una missione per la messa in sicurezza del Mar Nero come del resto già dimostrato con l’impegno nei Paesi baltici e in Romania dall’inizio dell’escalation e della guerra.

Per quanto riguarda il nostro Paese, la Marina Militare, che sarebbe la forza impiegata in questo tipo di missione, ha i mezzi e l’esperienza per portare a termine i compiti assegnati. Parliamo, in particolare, dei cacciamine classe Gaeta e Lerici. Negli ultimi decenni, la flotta italiana è stata impiegata in diversi scenari in cui è stato impiegata anche per la bonifica dalle mine, in particolare l’Operazione Red Sea Demining e le missioni nel Golfo Persico degli anni Ottanta. A questo si devono aggiungere le continue operazioni nei mari italiani per la ricerca degli ordigni della Seconda Guerra Mondiale. L’ultimo episodio in tal senso è avvenuto proprio nelle scorse settimane durante l’esercitazione Mare Aperto, in cui è stata localizzato un ordigno a largo di Cagliari, ma sono diverse le operazioni messe in atto nel corso degli anni anche nell’Adriatico. Inoltre, l’Italia già partecipa allo Standing NATO Mine Counter – Measures Group 2, uno dei quattro gruppi navali permanenti che si occupa di “localizzazione, identificazione e neutralizzazione di mine navali e residuati bellici”.

Assodata la capacità tecnologica e operativa dell’Italia, restano i nodi politici, strategici e diplomatici dell’eventuale missione navale nel Mar Nero. Innanzitutto c’è un primo profilo che riguarda l’approvazione politica interna. Attualmente vi è l’interesse a liberare il mare dal pericolo delle mine e per assicurare la navigazione dei mercantili, impegnato perorato da più livelli di governo, ma sarà necessaria la piena disponibilità del corpo politico che dia l’ok all’impegno militare italiano.

Dal punto di vista diplomatico e strategico vi sono poi ulteriori e fondamentali passaggi che devono essere realizzati. In primis in sede europea, dal momento che l’Unione europea sta provando a mettere in piedi un’operazione su cui pesano le varie percezioni politiche dei singoli Stati membri. Il Corriere della Sera, nell’edizione odierna, specifica che l’iniziativa “potrebbe essere messa in atto anche senza l’ok collettivo dell’Europa”. Ma sembra evidente che si cerchi il maggior coinvolgimento possibile anche per evitare nuove e pericolose fratture interne.

In ballo c’è poi il ruolo della Nato. Sembra difficile che l’Alleanza Atlantica non intervenga e prenda in mano le redini di una missione nel Mar Nero, specialmente perché al suo interno operano non solo gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito e la Turchia: partner atlantici ma non dell’Ue. Londra ha fatto capire di essere molto interessata a inserirsi nella partita del Mar Nero. Ma per quanto riguarda Ankara, il problema è addirittura dirimente: senza il placet turco, che controlla il Bosforo con la convenzione di Montreux, non possono entrare navi militari in quello specchio d’acqua. E dal momento che appare alquanto improbabile che si voglia arrivare a una crisi diplomatica con la Turchia, è evidente che l’Alleanza Atlantica sarà un fattore decisivo così come proprio il Paese mediorientale. Recep Tayyip Erdogan ha tutto l’interesse a dare il suo benestare per una missione internazionale vista come umanitaria. Tuttavia per questo servirà limare diverse questioni e, appunto, sfruttare il dispositivo Nato e non esclusivamente Ue. Anche perché l’applicazione di Montreux è molto chiara. E, come evidente, la missione vedrà l’impiego di diverse navi militari e diverse flotte occidentali.

Infine, non si può sottovalutare il ruolo delle parti in causa, ovvero Russia e Ucraina. La seconda, ovvero Kiev, ha tutto l’interesse a ricevere un sostegno europeo e atlantico anche per ribadire la vicinanza e il supporto del blocco occidentale alla causa ucraina. Ma è chiaro che per una missione che vedrebbe l’impiego di dispositivi militari occorrerà il placet di Mosca. Avere unità che si ritrovino faccia a faccia con quelle della Flotta del Mar Nero è un rischio troppo elevato per essere corso senza un accordo con il Cremlino. E senza una cornice di sicurezza adeguata, che deve essere garantita in particolare dai russi, e realizzata mediante una cessazione delle ostilità, sembra difficile ipotizzare una missione nel Mar Nero di questa portata. Anche perché la localizzazione delle mine, che sarebbe in ogni caso un lavoro molto lungo vista la quantità di ordigni depositati o galleggianti, si dovrebbe unire all’altra missione di scorta dei mercantili in cui opererebbero mezzi che sarebbero più che sorvegliati speciali da parte della marina russa.

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